Parte 3: La Prima Confrontazione
Le parole di mia figlia rimasero sospese come pesanti chicchi di grandine nella stanza silenziosa. Rimasi immobile, con un piede ancora sollevato, come se il tempo stesso avesse deciso di congelarsi. "Livia, che cosa stai dicendo?" riuscii a dire, mentre un dolore bruciante si diffondeva nel mio petto. "Sono tua madre. Sono qui per salvarti." Thomas rise dolcemente.
Era un suono che mi ricordava il metallo che stride. "Ecco fatto, signora De Jong," disse voltandosi lentamente e infilando le mani nelle tasche dei pantaloni. "Lei pensa ancora di poter risolvere tutto con il suo istinto materno e qualche firma su carta ufficiale. Ma il mondo non funziona più così. Livia è una donna adulta. Ha scelto liberamente di venire con me e ha scelto liberamente di firmare la cessione dell'appartamento." Guardai l'avvocato Van der Meer, supplicandolo di fare chiarezza.
Il vecchio avvocato spinse gli occhiali sul naso e guardò severamente le carte sulla scrivania. "Signora De Jong," iniziò con la sua voce calma e profonda. "È vero che questa mattina sono stati presentati dei documenti. Tuttavia, grazie alla clausola speciale che lei ha fatto inserire all'epoca, una firma estorta sotto coercizione è del tutto non valida.
E temo..." Lanciò uno sguardo tagliente a Thomas. "Che qui vi sia chiaramente una pressione indebita." Il volto di Thomas si contorse in una frazione di secondo, passando dalla calma alla rabbia pura. I muscoli della sua mascella si tesero. "Questa è una menzogna!" sibilò facendo un passo avanti verso la scrivania. "Questa è una cospirazione tra una madre manipolatrice e un avvocato corrotto che cerca di trattenere il denaro di famiglia!" "Basta!" tuonò improvvisamente la voce di Livia.
Non fu un grido forte, ma l'intensità di quel tono ci fece tacere tutti. Si alzò lentamente dalla sedia. Le gambe le tremavano così forte che dovette aggrapparsi al bordo della scrivania. Non guardò Thomas, né me. Guardò dritto l'avvocato. "Non firmo più niente," disse con voce rauca e decisa. "E voglio che quest'uomo se ne vada via immediatamente." Thomas si voltò di scatto verso di lei, e la sua maschera di cordialità cadde definitivamente.
I suoi occhi si strinsero in due fessure. "Sei proprio sicura di quello che fai, Livia?" chiese con tono pericolosamente dolce. "Sai cosa succederà se ce ne andiamo da qui senza che quei documenti siano a posto? Pensi che tua madre possa proteggerti da quello che è successo dieci anni fa in quell'ospedale?" Quella domanda colpì come una bomba. La temperatura nella stanza parve scendere di dieci gradi.
Sentii la terra mancarmi sotto i piedi. Che cosa diavolo c'entrava la morte di suo padre con la situazione attuale? Passai lo sguardo da Thomas a Livia, il cui viso era diventato cadaverico. Ansimava, le mani le volarono alle tempie come per fermare un mal di testa insopportabile. "Che... che cosa vuoi dire?" chiesi correndo avanti e afferrando Thomas per un braccio. "Che cosa sai della morte di mio marito?" Thomas si liberò bruscamente la braccio e sbatté una mano sulla scrivania. "Lo chieda alla sua santa figlia," sibilalò. "Le chieda chi è stata la vera responsabile del fatale ictus di suo padre quella sera in ospedale."






