LA SEDIA VUOTA A TAVOLA
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LA SEDIA VUOTA A TAVOLA

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PARTE 9 — L'album fotografico in soffitta

Dopo pranzo Emma si alzò per sparecchiare. Volli aiutarla, ma lei scosse la testa. “No, rimani pure seduta. Daan deve andare via tra poco per la sua lezione di chitarra.” Il ragazzo prese la giacca, ci salutò entrambi con un gesto casuale della mano e sparì fuori dalla porta. Il clic della serratura risuonò nel piccolo soggiorno. Poi Emma si diresse verso l'armadio nell'angolo della stanza e tirò fuori un album fotografico spesso e impolverato con la copertina in velluto blu scuro.

Lo mise sul tavolo, proprio di fronte al mio naso. “L'ho portato con me quando me ne sono andata allora,” disse senza alzare la testa. “Da quella casa. L'unica cosa che volevo davvero portare con me.” Il respiro mi si bloccò. Quasi non osavo toccare il libro. Con le dita tremanti aprii la copertina. Nelle prime pagine vidi Emma da piccola, che sorrideva in una carrozzina, poi in bicicletta con le rotelle, e a dieci anni con una torta di compleanno piena di candeline.

E poi... arrivarono le foto della sua adolescenza. Foto che avevo quasi dimenticato. Foto di una ragazza con dei sogni, con lunghi capelli biondi e un sorriso capace di riempire l'intera stanza. E poi le foto si fermarono improvvisamente. Le pagine successive erano vuote. Carta bianca, vergine. Per vent'anni nessuna foto. Nessun compleanno, nessuna festa di laurea, nessuna foto di Daan da neonato in questo album.

“Il resto è bianco,” disse dolcemente Emma, sedendosi di fronte a me. “Perché tu non c'eri per scattarle.” Quelle parole mi colpirono come un'ascia. Mi misi la mano davanti alla bocca per soffocare un singhiozzo. Me lo meritavo. Ogni pagina bianca era un rimprovero silenzioso, la prova della mia stessa codardia. “Ma,” continuò Emma, e la sua voce sembrò improvvisamente molto più ferma, “Daan ha un album.

Sui suoi telefoni ce ne sono centinaia. E se vuoi... da oggi puoi farne parte di nuovo.” Alzai lo sguardo, con le lacrime agli occhi che mi rigavano le guance. “Lo dici sul serio?” Emma annuì lentamente. Appoggiò la sua mano sulla mia. La sua pelle era più calda della mia, più soda, piena di vita. “Non tutto si può riparare, mamma. Non possiamo mandare indietro il tempo. Ma possiamo andare avanti.” E in quel momento, mentre sedevamo insieme davanti a quel vecchio album fotografico, compresi che la sedia vuota al mio tavolo di casa non aveva più bisogno di rimanere vuota.