La nebbia che avvolgeva il Lago Nero era così fitta da sembrare un muro di vapore grigio. Lo chalet di Julian si ergeva sulla sponda opposta, una maestosa struttura di legno di pino e grandi vetrate riflettenti che si specchiavano nelle acque scure e immobili della conca montana.
Raggiungemmo la zona circostante muovendoci a luci spente con il furgone di Miller, parcheggiandolo nascosto tra gli alberi a trecento metri dal cancello d'ingresso della proprietà.
Attraverso i cannocchiali da ricognizione del detective Miller, potevamo vedere diverse auto di lusso parcheggiate nel piazzale in pietra: il fuoristrada del Capo della Polizia Thomas Vance, la limousine di Julian e una berlina scura appartenente all'avvocato societario del fondo fiduciario.
«Il perimetro è sorvegliato da almeno quattro uomini armati», sussurrò Miller, esaminando la scena. «Thomas ha piazzato i suoi uomini migliori a guardia della casa. Il Procuratore Bellini ha detto che le unità tattiche arriveranno tra dieci minuti, ma guarda là...»
Miller mi passò il cannocchiale. Puntati la lente verso la grande vetrata del salone principale al primo piano dello chalet.
All'interno, sotto la luce calda di un grande camino di pietra, Julian Vance era seduto a un tavolo di noce. Di fronte a lui c'erano Thomas Vance, con l'uniforme da Capo della Polizia, e mia sorella Victoria, che era stata evidentemente rilasciata o fatta evadere grazie all'intervento diretto di Thomas!
Stavano spargendo sul tavolo una serie di fogli e documenti antichi. Sul bordo del tavolo, accanto a un bicchiere di whisky, c'era una tanica di liquido infiammabile e un accendino d'argento.
Stavano per bruciare gli unici documenti originali che provavano la proprietà del brevetto e la vera volontà di Arthur prima che le forze federali potessero fare irruzione!
«Stanno per distruggere tutto», dissi con la voce che mi tremava per la rabbia. «Se bruciano quei documenti, Julian potrà sostenere che il vero testamento è andato distrutto e far valere la copia falsa redatta dai suoi avvocati!»
«Non possiamo aspettare le squadre speciali», disse Hannah dal retro del furgone, sorprendendoci entrambi. Aveva lo sguardo fisso verso lo chalet, gli occhi liberi da ogni traccia di sedazione, riempiti soltanto dalla determinazione di una madre che protegge il futuro di sua figlia. «Mamma, c'è un passaggio secondario. Papà mi ci portava quando ero bambina. C'è un molo coperto sotto lo chalet che porta direttamente nella cantina dei vini attraverso una botola».
Io e Miller ci guardammo. Era l'unica possibilità per entrare prima che il fuoco divorasse la verità.
«Miller», dissi. «Lei rimanga qui a guidare la squadra del Procuratore Bellini quando scenderanno dagli elicotteri. Io ed Hannah entriamo dalla cantina».
«Assolutamente no!» protestò Miller. «È troppo pericoloso per due civili!»
«Noi conosciamo la casa e sappiamo cosa cercare», replicò Hannah fermamente. «E mio padre ha costruito quella botola con un codice che solo io e mia madre conosciamo. Se provate a forzarla dall'esterno, farà scattare un allarme acustico che li avvertirà immediatamente».
Miller comprese che non c'era tempo per discutere. Tirò fuori dalla giacca una seconda pistola di riserva e me la consegnò, assicurandosi che la sicura fosse disinserita. «Usatela solo se la vostra vita è in pericolo immediato. Io mantengo la posizione e do il segnale d'attacco non appena sento i rotori degli elicotteri».
Lasciammo la piccola Maya al sicuro nel furgone, protetta dal sistema di bloccaggio automatico, e ci avviammo a piedi lungo la sponda del lago, scivolando nell'acqua gelida fino alle ginocchia per raggiungere il molo coperto senza essere visti dai pattugliatori di terra.
L'acqua del lago era ghiacciata, ma la scarica di adrenalina non mi faceva sentire il freddo. Raggiungemmo le palafitte di legno scuro del molo, arrampicandoci sulla passerella bagnata. Sotto la struttura principale, nascosta tra le assi di pino, c'era una pesante botola di metallo con un tastierino numerico ormai arrugginito.
Hannah si sporse, le dita tremanti per il freddo, e digitò la sequenza numerica: la data di nascita di sua madre e il giorno in cui Arthur aveva comprato la villa.
Un piccolo LED verde si accese con un bip quasi impercettibile. La botola si sbloccò senza produrre alcun rumore.
Spingemmo il portello verso l'alto ed entrammo nella cantina sotterranea dello chalet. L'aria era satura di muffa e profumo di vino invecchiato. Salimmo le scale di pietra che portavano al piano superiore, fermandoci dietro la porta di legno massiccio che dava sul retro del salone principale.
Attraverso la fessura della porta, le voci degli occupanti risuonavano con spaventosa chiarezza.
«È fatta», diceva la voce di Thomas Vance. «I verbali d'indagine ufficiali sono stati modificati. L'incidente dell'auto rovente è stato archiviato come tentato omicidio-suicidio da parte di Hannah sotto effetto di sostanze psicotrope. Eleanor verrà arrestata per intralcio alla giustizia non appena la rintracciamo».
«E la bambina?» chiedeva Victoria con voce arida. «Cosa ne facciamo di Maya?»
«La bambina andrà in un istituto statale finché non compirà diciotto anni», disse Julian Vance con una freddezza totale. «Poi, come sua tutrice legale nominata dal nuovo testamento, tu firmerai la rinuncia ai diritti sul fondo fiduciario in cambio della tua percentuale».
«Un piano perfetto», ridacchiò Thomas Vance, accendendo l'accendino d'argento e avvicinando la fiamma al bordo dei documenti originali di Arthur. «Brindiamo alla fine dei problemi».
Non potevo più trattenermi.
Spinsi con quanta più forza avevo la porta della cantina, irrompendo nel salone con la pistola impugnata con entrambe le mani.
«Mettete giù quel fuoco!» urlai con tutta la forza che avevo in corpo.






