Mio genero e la sua amante lasciarono mia figlia e la sua bambina di appena..
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Mio genero e la sua amante lasciarono mia figlia e la sua bambina di appena..

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Corsi verso la finestra dello studio senza nemmeno pensare al pericolo, guardando giù verso il parcheggio della villa. Un grosso fuoristrada nero aveva sbarrato la strada al furgone di Miller. Due uomini armati in abiti scuri stavano circondando il veicolo, cercando di forzare le portiere dove si trovavano mia figlia e la piccola Maya.

«Hannah!» urlai con tutto il fiato che avevo nei polmoni.

Miller reagì con una prontezza straordinaria. Si voltò verso la dottoressa Evans, la manettò rapidamente al corrimano in ferro della scala dello studio per impedire che scappasse, e poi si precipitò giù per le scale a rotta di collo, con me che lo seguivo a pochi passi di distanza.

Uscimmo nel cortile proprio mentre uno degli uomini armati riusciva a spaccare il finestrino del passeggero del furgone.

«Alt! Polizia! Giù le armi!» gridò Miller sparando un colpo d'avvertimento in aria che rimbombò tra le montagne come un tuono.

I due uomini si voltarono di scatto e aprirono il fuoco contro di noi. Il suono spaventoso dei proiettili che impattavano contro il muro di pietra della villa mi costrinse a gettarmi a terra dietro una pila di legna da ardere. Miller rispose al fuoco con precisione, colpendo uno degli assalitori alla spalla, che cadde a terra imprecando dal dolore.

Il secondo uomo, vedendo il compagno a terra e rendendosi conto che Miller era un tiratore addestrato, si gettò sul sedile del fuoristrada nero e partì a tutta velocità lungo il viale sterrato, sbandando vistosamente prima di sparire nella nebbia fitta della montagna.

Corsi verso il furgone. Hannah era rannicchiata sul pavimento del retro, coprendo con il proprio corpo il seggiolino di Maya, tremante di terrore ma illesa. La bambina piangeva a dirotto per il rumore dei spari, ma era sana e salva.

«Hannah! Stai bene?» la afferrai per le spalle, tirandola su e controllando che non avesse ferite di vetro.

«Sto... sto bene, mamma... ma avevano armi pesanti! Volevano portarsi via la bambina!» disse tra i singhiozzi.

Miller si avvicinò all'uomo ferito rimasto a terra sul vialetto. Con la pistola ancora puntata, gli sfilò il passamontagna dal viso. Era uno degli agenti scelti della squadra speciale di Thomas Vance.

«Sei finito, Rogers», disse Miller con rabbia, mettendogli le manette ai polsi. «Tentato sequestro di persona e aggressione a un agente federale. Parla ora o finisci i tuoi giorni in un carcere di massima sicurezza».

L'agente Rogers, tenendosi la spalla insanguinata, sputò a terra. «Non avete speranze, Miller. Thomas ha già chiuso l'accordo con Julian. Stanno distruggendo le prove originali del testamento proprio ora nell'ufficio del Procuratore distrettuale. Quando sorgere il sole, sarete tutti ricercati per concorso in rapimento e violazione di proprietà».

Mi avvicinai all'agente bloccato a terra. «Dove sta bruciando quei documenti Thomas Vance?»

L'agente sorrise con arroganza. «Non vi dirò niente».

In quel momento, dal taschino della giacca dell'agente Rogers iniziò a squillare un cellulare di servizio. Miller lo tirò fuori ed esaminò lo schermo. Il nome sul display indicava Capo Vance.

Miller premse il pulsante di risposta e attivò il vivavoce, senza dire una parola.

«Rogers!» la voce del Capo della Polizia Thomas Vance risuonò nitida e imperiosa dall'altoparlante. «Avete preso la bambina e la ragazza? Rispondi! Sto arrivando allo chalet sul lago di Julian per la firma finale dei documenti insieme all'avvocato. Portateli subito lì!»

Miller riattaccò immediatamente la chiamata prima che Vance potesse rendersi conto che non era il suo uomo a rispondere.

«Lo chalet sul lago di Julian», dissi guardando Miller. «È lì che si sono riuniti tutti».

«È una trappola potenziale, Eleanor», disse Miller scuotendo la testa. «Thomas ha con sé agenti deviati e Julian ha guardie del corpo private. Non possiamo andare lì da soli con una pistola d'ordinanza e senza rinforzi».

«Non saremo da soli», risposi, estraendo dal mio cappotto il diario di Arthur che avevo tenuto sempre con me. Aprii la copertina posteriore, dove Arthur aveva incollato un piccolo biglietto da visita plastificato con un numero di telefono rosso e una cifra d'emergenza criptata.

«Cos'è quello?» chiese Miller.

«Mio marito sapeva che la polizia locale era corrotta fino al midollo», spiegai. «Prima di morire, ha stretto un accordo di collaborazione riservato con la Procura Antimafia e i Servizi di Sicurezza Finanziaria dello Stato per monitorare le attività offshore di Julian. Questo è il numero diretto del Procuratore Capo della Sezione Reati Finanziari».

Miller prese il biglietto, leggendo il nome stampato in rilievo. «Procuratore Marco Bellini... è l'uomo più inflessibile del distretto federale. Se mostriamo a lui i file che abbiamo, farà scattare un blitz in meno di trenta minuti».

Composi il numero sul mio cellulare. Dopo solo due squilli, una voce autorevole e profonda rispose dall'altro capo della linea.

«Pronto?»

«Procuratore Bellini», dissi con voce ferma e priva di esitazioni. «Sono Eleanor Vance, la vedova di Arthur Vance. Ho con me le registrazioni video, le fiale di veleno somministrate a mia figlia e il registro dei conti offshore di mio cognato Julian. Thomas Vance sta firmando il falso testamento nello chalet del lago in questo momento».

Dall'altra parte ci fu una pausa di due secondi, poi il suono chiaro di carte che venivano raccolte e di ordini impartiti a voce alta.

«Signora Eleanor», disse il Procuratore Bellini. «Mantenete la posizione e non intervenite. Sto facendo alzare due elicotteri della Polizia di Stato e tre unità tattiche speciali. Saremo sullo chalet del lago tra venti minuti. Assicuratevi soltanto che non scappino».

Guardai mia figlia Hannah e la piccola Maya. Il momento della resa dei conti finale era finalmente arrivato.