Decidemmo di agire senza perdere un solo minuto. Con l'aiuto di Miller e di due infermiere di sua totale fiducia, facemmo dimettere ufficiosamente Hannah e la piccola Maya farle uscire dall'ingresso secondario della struttura medica riservato alle ambulanze.
Le sistemai nel retro del furgone del detective Miller, un veicolo civile non contrassegnato con le insegne della polizia, al riparo da sguardi indiscreti. Portarle con noi era un rischio enorme, ma lasciarle in quell'ospedale controllato dagli uomini di Thomas Vance sarebbe stata una condanna a morte certa.
«Dove andiamo ora?» chiese Hannah, tenendo la piccola Maya stretta al petto sotto una coperta calda.
«Andiamo alla villa di montagna di tuo padre», risposi, sedendomi accanto a lei sul sedile posteriore del furgone mentre Miller si metteva alla guida. «Se c'è qualcuno lì che sta cercando il testamento originale di Arthur, dobbiamo arrivarci prima di loro».
Il viaggio verso le montagne durò poco più di un'ora. La strada si inerpicava tra boschi fitti e tornanti bui, mentre la nebbia della notte cominciava a calare sulla carreggiata. Guardavo fuori dal finestrino, tenendo stretta la borsa contenente il diario di Arthur e la scatola di metallo.
«Miller», dissi verso il posto guida. «Chi potrebbe essere la quarta persona di cui parlava Hannah? Chi altro conosceva l'esistenza della villa oltre a Victoria e Marcus?»
Miller guardò nello specchietto retrovisore. «Potrebbe essere un avvocato societario, oppure qualcuno all'interno dell'amministrazione medica che ha fornito i sedativi a Victoria. Una sostanza del genere non si compra al supermercato, Eleanor. Serve qualcuno con accesso a farmaci ospedalieri soggetti a prescrizione speciale».
In quel momento, un pensiero agghiacciante mi sfiorò la mente. Il medico che aveva in cura Hannah in ospedale... il dottor Evans. Era stato lui a dirmi che le condizioni di mia figlia stavano peggiorando prima che io tornassi in ospedale, ed era stato lui a lasciar passare Julian senza chiamare la sicurezza!
«Miller!» esclamai. «Il dottor Evans! È il medico capo del reparto!»
«Sì», disse Miller stringendo il volante. «Evans è il cognato del Capo della Polizia Thomas Vance. Se è coinvolto anche lui, allora la rete comprende la polizia, l'ospedale e il sistema legale locale».
Eravamo soli contro una struttura di potere locale spietata e ramificata.
Raggiungemmo la villa di montagna intorno alle tre di notte. La casa, una grande struttura in pietra e legno scuro immersa nel silenzio dei pini, appariva buia e spettrale sotto la luce della luna. Ma quando Miller spegneva i fari del furgone a qualche centinaio di metri dall'ingresso, notai un dettaglio che ci fece sussultare: c'era una luce fioca che trapelava dalle finestre del secondo piano.
Qualcuno era all'interno della villa.
«Rimanete qui dentro con le portiere bloccate», ordinò Miller a me e Hannah, estraendo la sua pistola d'ordinanza e una torcia tattica. «Vado a controllare prima io».
«No, Miller», dissi fermandolo per un braccio. «Io vengo con lei. Conosco la disposizione della casa e le scorciatoie interne. Lei non saprebbe dove cercare le casseforti nascoste».
Miller esitò, poi annuì. «D'accordo. Ma Hannah e la bambina rimangono nel furgone ben nascoste dietro gli alberi».
Lasciammo Hannah nel veicolo con l'ordine di chiamare i soccorsi federali se non fossimo tornati entro venti minuti. Ci avvicinammo alla villa muovendoci lentamente tra gli alberi, evitando di calpestare i rami secchi per non fare rumore.
La porta sul retro della cucina era stata forzata: la serratura era distrutta e la piastra di metallo piegata verso l'interno. Entrammo a passi felpati, il detective Miller davanti a me con l'arma spianata.
La casa era stata completamente messa a soqquadro. I quadri erano stati staccati dalle pareti, i libri tirati giù dalle librerie e i divani squarciati nel tentativo di trovare intercapedini o nascondigli.
Salimmo lentamente le scale di legno che portavano al secondo piano, da dove proveniva il debole bagliore di una luce.
Quando raggiungemmo la porta dello studio privato di Arthur, vedemmo una figura femminile di spalle, china sopra una scrivania antica nel tentativo di scassinare un doppio fondo di metallo con un piccolo trapano di precisione.
La donna indossava un camice medico bianco sopra un abito scuro.
Si voltò di scatto quando il pavimento di legno scricchiolò sotto i nostri piedi.
Non era solo una complice sconosciuta. Era la dottoressa Karen Evans, la moglie del primario dell'ospedale e la responsabile diretta dei test clinici che avevano dichiarato Hannah instabile due settimane prima.
«Fermi dove siete! Polizia!» urlò Miller puntandole la torcia e la pistola in viso.
La dottoressa Evans fece un passo indietro, lasciando cadere il trapano sul pavimento di parquet con un rumore sordo. Ma non sembrava spaventata. Sul suo volto c'era un'espressione di freddo disprezzo.
«Siete arrivati troppo tardi, detective», disse la dottoressa con una risata nervosa. «I documenti che cercate non sono più qui».
«Cosa avete fatto a mia figlia?» le ruggii contro, avanzando verso di lei. «Le somministravate voi quei neurolettici durante le visite di controllo!»
«Sua figlia era un ostacolo, Eleanor!» gridò la donna. «Suo marito Arthur ha scoperto il nostro sistema di fatture false e sperimentazioni illegali nel nostro centro clinico! Se quei documenti fossero emersi, mio marito e io saremmo finiti in prigione per il resto della nostra vita! Julian Vance ci ha offerto una via d'uscita: eliminare Arthur, mettere fuori gioco Hannah e dividere i beni del fondo!»
«Dov'è il testamento originale?» pretese Miller.
La dottoressa Evans sorrise perfidamente, indicando la finestra aperta dello studio che dava sul balcone est. «Il Capo della Polizia Thomas Vance lo ha già preso venti minuti fa. Sta andando alla Procura generale per depositare il falso documento che nomina Julian unico tutore legale di Hannah e della bambina».
In quel momento, dal cortile sottostante, risuonò il rumore improvviso di un motore che si accendeva, seguito dal suono spaventoso di un urlo femminile.
Hannah.






