4. La Raccolta delle Prove e il Dossier Segreto
Nei giorni successivi, io e Marta lavorammo ininterrottamente in un clima di tensione costante, raccogliendo ogni singolo documento cartaceo, ogni email aziendale archiviata sui server di backup e ogni traccia informatica che potesse inchiodare l'ingegner Moretti e la responsabile del personale Donatella. Ci muovevamo nell'ombra, incontrandoci in luoghi appartati e utilizzando connessioni criptate per evitare che il dipartimento IT dell'azienda potesse intercettare le nostre comunicazioni.
Scoprimmo che il buco di bilancio coperto con le mie false firme ammontava a oltre cinquecentomila euro, distratti dai fondi destinati allo sviluppo di nuovi software di sicurezza informatica. Moretti aveva utilizzato una complessa rete di società estere per riciclare il denaro, usando la filiale di Milano come copertura e sfruttando la mia posizione di revisore junior come capro espiatorio ideale.
Ogni file che aggiungevamo al nostro dossier segreto rappresentava un mattone in più per costruire la prigione in cui quei colletti bianchi corrotti sarebbero presto finiti. Nel frattempo, mia madre continuava a farmi domande insistenti sulla mia prolungata assenza dall'ufficio, costringendomi a inventare scuse poco convincenti su un periodo di ferie forzate e ristrutturazione aziendale.
Non potevo dirle la verità per non metterla in pericolo e per evitare che si preoccupasse inutilmente. Il dossier era ormai completo: oltre alle registrazioni audio e alle deposizioni firmate di Marta, avevamo inserito i tabulati bancari delle transazioni illecite e i messaggi di testo minatori inviati da Moretti. Eravamo pronte per sferrare il colpo finale, portando tutto direttamente sul tavolo della Procura della Repubblica di Milano.






