Parte 9 – Il viaggio verso Como e l'attesa nello studio notarile
La mattina seguente, il cielo sopra il lago di Como era di un grigio metallico, riflettendo le acque increspate del bacino che lambiva le pareti delle ville storiche. Noi eravamo puntuali davanti al portone del palazzo in stile neoclassico dove aveva sede lo studio associato del notaio Alberto Rinaldi.
Marco mi teneva la mano in tasca, camminando a piccoli passi sul marciapiede bagnato dalla pioggia sottile della notte. Era teso, silenzioso. Aveva cercato di chiamare sua madre un'ultima volta prima di partire da Monza, ma il telefono di Miriam risultava irraggiungibile o spento. Non si erano presentati né lei né Giulia. Avevano preferito la via dell'orgoglio ferito o, forse, speravano ancora che fosse tutto un bluff ben congegnato.
«Pensi che si presenteranno all'ultimo minuto?», mi chiese Marco, voltandosi a guardare la strada deserta dietro di noi.
«Non credo», risposi stringendogli la mano. «Per orgoglio non lo faranno mai. Ammettere che Donato ha preso provvedimenti legali senza interpellarli significherebbe ammettere di aver fallito come famiglia.»
Salimmo l'ampia scalinata in marmo bianco del palazzo storico e venimmo accolti da un assistente in abito scuro che ci accompagnò immediatamente nell'elegante sala d'attesa del notaio Rinaldi. I soffitti erano alti, decorati con stucchi dorati; alle pareti troneggiavano librerie colme di codici civili e volumi di giurisprudenza antica.
Dopo pochi minuti, la porta in legno massello del bureau si aprì e il notaio Rinaldi in persona ci invitò a entrare con un cenno cortese della mano.
«Buongiorno, signora Chiara, signor Marco», esordì il notaio, facendoci sedere sulle poltrone di pelle di fronte alla sua scrivania in legno scuro. «Vi ringrazio per la puntualità. Vedo che avete portato con voi la busta e la chiave d'ottone.»
Posai la busta gialla e la chiave esattamente al centro della scrivania del notaio. Rinaldi le osservò con rispetto, come se si trattasse di reliquie sacre, poi prese un piccolo tagliacarte d'argento e aprì delicatamente il lembo sigillato della busta.
All'interno c'erano due documenti: un foglio manoscritto con la calligrafia inconfondibile di Donato e una copia autenticata dell'atto notarile depositato tre anni prima.
Il notaio indossò gli occhiali da lettura e iniziò a leggere ad alta voce.
«Io sottoscritto Rossi Donato, nel pieno delle mie facoltà mentali, redigendo il presente atto di mia spontanea volontà...»
Marco trattenne il fiato, sporgendosi leggermente in avanti. Ascoltammo ogni singola parola pronunciata dal notaio con il cuore in gola.






