Parte 8 – La rivelazione e lo sbigottimento generale
L'architetto Moretti si avvicinò cauto al tavolo di marmo, abbassando lo sguardo sulla busta gialla e sulla chiave d'ottone. Da professionista serio qual era, aveva visto troppe volte famiglie lacerate dall'avidità dopo la morte di un congiunto.
«Se c'è un notaio coinvolto e un deposito fiduciario registrato», disse l'architetto rivolgendosi a Miriam con tono professionale ma inflessibile, «io devo assolutamente declinare l'incarico di stima per la vendita immediata. Non posso procedere con valutazioni commerciali su un immobile potenzialmente vincolato da disposizioni testamentarie prioritarie. Mi spiace, signora Miriam, ma dobbiamo fermarci qui.»
Miriam si girò di scatto verso l'architetto, con il volto sfigurato dalla rabbia. «Lei non può rifiutarsi! Io sono la vedova legittima! Ho il diritto di vendere questa proprietà per coprire le spese e riorganizzare il patrimonio familiare! Quella ragazza è solo una nuora opportunista che sta cercando di estorcere denaro a una famiglia in lutto!»
«Signora Miriam, la invito a moderare i termini», intervenne Marco con una fermezza che zittì persino sua sorella Giulia. «Chiara non ha mai chiesto un solo centesimo a mio padre in vita, e non lo sta facendo adesso. Siete voi che avete passato gli ultimi dieci anni a trattarlo come un bancomat ambulante, ignorando i suoi sentimenti e la sua dignità.»
Giulia spalancò la bocca, indignata. «Tu difendi lei?! Nostro padre è morto da ventiquattro ore e tu ti schieri con un'estranea contro tua madre e tua sorella?! Sei patetico, Marco! Siete entrambi dei miserabili in cerca di fortuna facile!»
«La fortuna facile la stavate cercando voi, calcolatrice alla mano, tre ore dopo la sepoltura», ribattei io, guardando Giulia negli occhi senza cedere di un millimetro. «Donato sapeva esattamente cosa stavate facendo. Sapeva che, non appena il suo cuore avesse smesso di battere, vi sareste avventati su questa villa come avvoltoi su una carcassa. Ed è per questo che ha preso provvedimenti.»
Miriam fece un passo indietro, barcollando leggermente come se avesse ricevuto un colpo fisico. Si appoggiò con una mano al bordo del tavolo di marmo, respirando a fatica. La sicurezza di ferro con cui aveva aperto la riunione la sera prima era completamente svanita, sostituita da un terrore sordo che non riusciva più a nascondere.
«Che cosa... che cosa c'è dentro quella busta?», mormorò Miriam con un filo di voce, quasi temendo la risposta. «Cosa può aver fatto mio marito alle mie spalle? Io ero sua moglie! Io ho condiviso quarant'anni della mia vita con lui!»
«Una vita in cui avete preteso, ordinato, consumato e mai ringraziato», dissi io, prendendo la busta gialla e tenendola tra le mani, senza però aprirla. «Il notaio Rinaldi leggerà tutto domani mattina nel suo studio a Como. Siete liberi di venire o di rimanere qui a fare i vostri conti senza calcolatrice. Ma una cosa è certa: la villa di Bergamo non verrà venduta per pagare i debiti dei vostri sfizi.»
L'architetto Moretti raccolse la sua cartella di pelle, salutò con un cenno del capo e si diresse rapidamente verso l'uscita, lasciandoci soli in quella grande cucina che sembrava essersi improvvisamente trasformata in un'aula di tribunale.
Giulia scoppiò in un pianto isterico di rabbia, battendo i piedi sul pavimento. «Questo è un incubo! È un incubo assurdo! Mamma, digli qualcosa! Fai qualcosa!»
Ma Miriam non disse nulla. Rimase immobile, con lo sguardo fisso sulla chiave d'ottone, comprendendo forse per la prima volta nella sua vita che il controllo che credeva di avere sul mondo era svanito per sempre.






