Parte 4 – La confessione interrotta
Marco fece un passo avanti verso il letto, con gli occhi sbarrati dalla sorpresa e da un timore improvviso che non riusciva a mascherare. La vista di quella busta gialla, sigillata e logora, nella mia mano sembrava averlo disorientato più della morte stessa di suo padre.
«Chiara, ti ho fatto una domanda», ripeté lui con un fil di voce, avvicinandosi e sedendosi pesantemente sul materasso, accanto a me. «Che cos'è quella busta? E perché ha il nome scritto con la calligrafia di mio padre?»
Posai la busta sul cuscino tra di noi, come se si trattasse di un oggetto fragile e pericoloso al tempo stesso. «È la risposta a tutto quello che tua madre ha detto oggi a cena, Marco. È il motivo per cui Donato ha trascorso gli ultimi anni della sua vita protetto da noi, anche se viveva in quella grande villa a Bergamo.»
Marco scosse la testa, passandosi una mano tra i capelli arruffati. «Non capisco. Papà non mi ha mai detto di averti affidato documenti importanti. Anzi, ha sempre tenuto la sua contabilità rigidamente separata da chiunque. A parte il commercialista di fiducia, lo studio legale... insomma, lui non si fidava facilmente.»
«E infatti non si fidava di nessuno della sua famiglia di sangue», risposi con dolcezza ma con estrema fermezza. «Si fidava di me perché, come diceva lui stesso, ero l'unica persona che non gli tendeva mai la mano per chiedere denaro.»
Prima che Marco potesse replicare o chiedere spiegazioni più dettagliate, il silenzio della nostra piccola casa fu lacerato dallo squillo acuto e insistente del suo cellulare. Il display sul comodino illuminò la stanza buia con il nome di Miriam a caratteri cubitali.
Marco sospirò profondamente, sollevando l'apparecchio con riluttanza. «È mia madre. Sicuramente vuole continuare a discutere delle pratiche per il funerale o, peggio, dell'agenzia immobiliare.»
«Rispondi», gli dissi io, facendo un cenno con il mento. «Vediamo cosa vuole.»
Marco premette il tasto di risposta e attivò il vivavoce, forse per dimostrarmi che non aveva più segreti con me dopo la scomparsa del padre. La voce stridula e autoritaria di Miriam riempì immediatamente la stanza.
«Marco! Ma dove diavolo siete finiti? Siete scappati via come dei ladri senza neanche aiutarci a sistemare il salone! Qui c'è ancora da svuotare tutto il catering e sistemare le corone di fiori che i colleghi di tuo padre hanno mandato dall'impresa edile.»
Marco strinse i denti, cercando di mantenere la calma. «Mamma, eravamo stanchi morti. Abbiamo guidato per un'ora nel traffico e Chiara aveva bisogno di riposare. Non siamo scappati da nessuna parte.»
Dall'altra cornetta si udì un verso di disapprovazione, un misto tra sbuffo e risata amara. «Sì, beh, riposare... Voi avete la bella vita a Monza, mentre io devo sobbarcarmi tutte le rogne burocratiche. Comunque, ti ho chiamato per dirti una cosa importante. Domani mattina alle nove in punto viene l'architetto Moretti per stimare la villa di Bergamo. Voglio che tu sia qui, chiaro? E vedi di lasciare quella tua moglie a casa, non voglio facce imbronciate o pretese ridicole mentre stabiliamo il valore dei beni di famiglia.»
La mia mano si tese istintivamente verso il telefono, ma Marco fu più svelto di me. Si portò l'apparecchio all'orecchio, disattivando il vivavoce, e rispose con una durezza che non gli avevo mai sentito prima.
«Senti, mamma, Chiara viene dove vuole perché è mia moglie. E per quanto riguarda la villa, forse faresti bene a calmare i toni, perché le cose non stanno esattamente come credi tu.»
Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio assoluto, seguito da un grido strozzato. «Come prego?! Ti sei rimpicciolito il cervello anche tu?! Guarda che ti diseredo, lo sai che la maggior parte delle proprietà è intestata a me o comunque soggetta alle mie quote di usufrutto! Non fare lo stupido, Marco!»
Marco chiuse la chiamata di scatto, interrompendo la sfuriata della madre. Il display ridiventò nero. Il petto gli sobbalzava per la rabbia repressa. Posò il telefono sul comodino e mi guardò, con gli occhi lucidi di frustrazione.
«Ha sempre fatto così», mormorò lui, stringendosi nelle spalle. «Comanda lei, decide lei, calpesta tutti. Papà ha dovuto sopportarla per quarant'anni.»
«Non dovrà sopportarla mai più», dissi io, raccogliendo finalmente la busta gialla e stringendola contro il petto. «E domani mattina, Marco, andremo a Bergamo insieme. Tutti e due. Perché quello che c'è dentro questa busta cambierà le regole del gioco una volta per tutte.»






