«Non prenderai nemmeno un euro, Chiara», disse mia suocera davanti a tutti
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«Non prenderai nemmeno un euro, Chiara», disse mia suocera davanti a tutti

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Parte 5 – L'alba sul lago e la chiamata inattesa

La notte passò in un sonno agitato, popolato da ombre, cifre che fluttuavano nell'aria e dal volto severo di Donato che mi sorrideva da lontano, come a volermi rassicurare. Alle sette del mattino eravamo già svegli. Nessuno dei due aveva toccato colazione. L'aria nel nostro piccolo appartamento di Monza era elettrica, carica di un'attesa quasi insostenibile.

Mentre ci vestivamo con abiti scuri, più per rispetto della giornata di lutto che per formalità, il mio telefono vibrò sul comodino. Non era Miriam, né Giulia. Era un numero sconosciuto con prefisso di Como.

Risposi con qualche esitazione. «Pronto?»

«Buongiorno, parlo con la signora Chiara Rossi?» La voce maschile era profonda, professionale, impeccabile.

«Sì, sono io. Chi parla?»

«Sono il notaio Alberto Rinaldi dello studio associato di Como. Chiamo per conto del compianto geometra Donato Rossi. Visto che purtroppo la notizia della sua scomparsa è di dominio pubblico, mi è stato espressamente ordinato di contattarla tempestivamente non appena si fosse verificato l'evento lutto.»

Sentii un brivido correre lungo la schiena. Marco, che si stava allacciando le scarpe vicino alla porta, si bloccò all'istante, girandosi di scatto verso di me con un'espressione interrogativa.

«Un notaio?», bisbigliò a bocca aperta.

Feci cenno di fare silenzio al telefono e risposi al professionista: «Sì, notaio Rinaldi. La ascolto. Io sono in possesso della busta e della chiave che Donato mi consegnò tre anni fa.»

Dall'altra parte della linea si udì un sospiro di sollievo. «Perfetto, signora Chiara. Questo semplifica enormemente le cose. Il geometra Rossi è stato un uomo estremamente previdente e meticoloso. Aveva previsto che la sua famiglia avrebbe cercato di spartirsi i beni prima ancora di seppellirlo. Per questo motivo, oltre al deposito fiduciario che lei possiede, esiste un testamento olografico depositato ufficialmente nel mio studio, redatto e registrato secondo tutte le normative vigenti.»

«Un testamento?», ripetei io, mentre Marco si avvicinava di corsa, poggiando le mani sul tavolino per sentire meglio la conversazione.

«Esattamente», confermò il notaio Rinaldi con tono fermo. «E vi sono disposizioni molto precise riguardo alla villa di Bergamo, alla casa sul lago di Como e a tutti gli altri beni immobiliari. Le chiederei la cortesia di presentarvi entrambi nel mio studio a Como domattina alle ore dieci. E mi raccomando, signora Chiara, porti con sé la busta gialla e la chiave d'ottone. Sono parte integrante della validità legale dell'atto.»

«Ci saremo, notaio. Assolutamente», risposi con voce ferma.

«Ottimo. Vi aspetto. Cordiali saluti.»

La linea cadde. Rimasi immobile con il telefono in mano, mentre Marco mi guardava con gli occhi spalancati, incapace di elaborare tutte le informazioni che aveva appena ascoltato.

«Un testamento? Un notaio a Como? Chiara, ma di che cosa sta parlando?! Papà ha fatto testamento a tua insaputa e a insaputa di mia madre?»

«Non a mia insaputa, Marco», risposi posando il telefono. «O meglio, io sapevo di avere la custodia della busta, ma non conoscevo nei dettagli il contenuto legale. Sapevo solo che Donato si fidava di me quanto basta per affidarmi la chiave del suo vero patrimonio spirituale e materiale.»

Marco si passò le mani sul viso, scosso da un misto di incredulità e di speranza. «Se mia madre scopre che c'è un testamento segreto di cui nessuno sapeva nulla, farà una scenata epica. Lei è convinta che tutto le spetti di diritto secondo la legge sulla successione legittima, dato che non c'erano disposizioni pubbliche note.»

«E infatti è proprio questo il punto», dissi io, prendendo la borsa e infilandoci dentro la busta gialla e la chiave d'ottone. «Donato conosceva troppo bene sua moglie e i suoi figli. Sapeva che, alla sua morte, la prima cosa che avrebbero fatto sarebbe stata quella di sedersi a un tavolo con la calcolatrice per spartirsi il bottino. Voleva evitare esattamente questo scempio.»

Guardai l'orologio sul muro. Erano le otto meno dieci.

«Andiamo, Marco. La villa di Bergamo ci aspetta. E l'architetto Moretti sta per arrivare per la stima. Sarà meglio far trovare loro una piccola sorpresa prima del previsto.»