Parte 4 — La resa del Patriarca
Arthur Vance riattaccò il telefono con dita congelate dal terrore. Per la prima volta nella sua vita, l'uomo che aveva comandato battaglioni e manipolato carriere politiche si trovava completamente impotente. La sua influenza, i suoi favori accumulati in trent'anni di servizio, il rispetto di cui godeva nei circoli dell'alta società: tutto era stato polverizzato da un singolo ordine firmato da quella donna che aveva sempre trattato come una comparsa insignificante nella vita di suo figlio.
«Arthur?» chiese Eleanor, avvicinandosi al marito con la voce rotta dall'ansia. «Chi era al telefono? Cosa sta succedendo? Perché hai quella faccia?»
Il vecchio generale non le rispose subito. Si voltò lentamente verso Chloe, che si stava avvicinando a loro con un passo incerto, notando finalmente l'atmosfera glaciale che dominava la sala d'attesa.
«Julian, amore?» disse Chloe, cercando lo sguardo del suo fidanzato. «Guarda... si vede benissimo il viso del bambino. Il medico dice che è un maschio fortissimo. Somiglia già tutto a te...»
Julian si alzò in piedi. Non c'era più traccia dell'uomo arrogante e sicuro di sé che soltanto sei ore prima firmava le carte del divorzio sorridendo al telefono. Il suo volto era una maschera di odio e disperazione.
«A me?» sussurrò Julian, avvicinandosi a Chloe. «Somiglia a me?»
«Sì... perché mi guardi così?» Chloe indietreggiò di un passo, stringendo la cartella clinica al petto.
«A marzo ero a Francoforte, Chloe» disse Julian, la voce che saliva di tono ad ogni parola. «Ero in Germania! Tu mi avevi detto che eri a casa con l'influenza! Con chi eri in quel motel a nord della città, Chloe? Con chi?!»
Il colorito di Chloe svanì all'istante, lasciando posto a una maschera di puro terrore. Tentò di parlare, di balbettare una scusa, ma le parole le morirono in gola. La sua reazione fu la conferma definitiva che tutti nella stanza stavano aspettando.
Eleanor emise un grido soffocato, portandosi le mani alla bocca, mentre le buste dei regali e i palloncini portati dai familiari di Chloe cadevano a terra nell'imbarazzo generale.
«Fuori» ringhiò Arthur Vance, facendo un passo verso la ragazza con uno sguardo assassino. «Prendi le tue cose e sparisci dalla mia vista prima che ti faccia scortare fuori dalla sicurezza militare. Tu e quella specie di parassita che porti in grembo non vedrete mai un singolo centesimo della famiglia Vance!»
«Signor Vance, vi prego! Posso spiegare!» pianse Chloe, cadendo in ginocchio sul marmo della clinica. «Julian, ti amo! Ho fatto un errore, ma posso...»
«Sicurezza!» ruggì Arthur, incapace di contenere la furia. Due guardie private della clinica intervennero immediatamente, prendendo la donna per le braccia e trascinandola verso l'uscita tra le sue grida e i pianti isterici.
Ma il dramma della famiglia Vance era soltanto all'inizio.
Arthur prese di nuovo il telefono e composi il numero del comando di volo militare. Le sue mani tremavano così tanto che dovette tentare tre volte prima di azzeccare i tasti giusti.
«Qui Generale Vance» disse con voce roca quando l'operatore rispose. «Annullate l'ordine di blocco sul volo C-130. Ripeto: annullate l'ordine. Lasciate partire il Colonnello Hartwell.»
Dall'altra parte della linea, l'ufficiale di volo confermò la ricezione del messaggio. Arthur chiuse la chiamata e si accasciò su una sedia, sembrava invecchiato di dieci anni nel giro di pochi minuti.
Intanto, alla base aerea, il Capitano Miller si avvicinò a me con un leggero cenno del capo. «Signora Colonnello. L'ordine di blocco è stato appena revocato dal Generale Vance in persona. Ha inviato anche una richiesta formale di archiviazione per la procedura d'emergenza.»
Guardai l'orologio tattico al mio polso. Le 16:38.
«Puntuali» dissi freddamente. «Saliamo a bordo.»
Nora e Sophie mi seguirono lungo il portellone posteriore del C-130. I motori aumentarono di giri, riempiendo la stiva con un rombo profondo e rassicurante. Le bambine vennero fatte accomodare nei sedili della Sezione VIP dell'aereo, allacciandosi le cinture di sicurezza con l'aiuto di un sergente di bordo.
Quando l'aereo cominciò a muoversi lungo la pista per il decollo, il mio telefono di servizio cripsato suonò. Un messaggio di testo crittografato apparve sullo schermo. Proveniva dal terminale privato di Julian.
Evelyn... ti supplico. Ripensaci. Ho perso tutto. Non ho un erede. La mia vita è distrutta. Fammi vedere le bambine. Sono le uniche figlie che ho.
Fissai lo schermo per qualche secondo. Pensai a Sophie che disegnava il sole giallo, e a come Julian l'avesse ignorata per correre all'ecografia di un bambino non suo. Pensai a Nora che per anni aveva cercato di farsi notare ottenendo i voti migliori a scuola, senza mai ricevere una singola parola di lode da suo padre o da sua nonna Eleanor.
Risposi con poche, gelide parole:
Hai scelto il tuo erede cinque minuti dopo il divorzio, Julian. Ora vivi con la tua scelta.
Bloccai il contatto e spensi il dispositivo.
L'aereo staccò le ruote dal suolo, alzandosi sopra le nubi oscure che coprivano la città. Sotto di noi, la dinastia dei Vance stava cominciando a bruciare, ma io e le mie figlie eravamo finalmente libere.
Tuttavia, non sapevo ancora che la vera tempesta non era rimasta a terra. Tra le carte riservate che il mio staff aveva caricato nella stiva dell'aereo, c'era un fascicolo contrassegnato con il bollino rosso di Massimo Rischio: un documento che rivelava chi fosse il vero padre del bambino di Chloe. E quel nome avrebbe scosso le fondamenta non solo della famiglia Vance, ma dell'intero Governo.
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