Parte 13 — L'Ultimo Atto di Follia
Il ruggito del motore di un SUV nero squarciò il silenzio della notte nebbiosa di Monterey. Il veicolo abbatté il cancello in legno all'ingresso della proprietà, salendo lungo il vialetto a tutta velocità e slittando sulla ghiaia bagnata prima di arrestarsi a venti metri dal portico d'ingresso.
I fari abbagglianti del SUV illuminarono la figura di Julian steso a terra e me, immobile sul portico con la pistola in pugno.
Dallo sportello posteriore del veicolo discese Eleanor Vance.
La donna era irriconoscibile. Un tempo regina incontrastata dei salotti dell'alta società, vestita con pellicce costose e gioielli d'epoca, appariva ora come una figura spettrale. Indossava un cappotto nero sgualcito, i capelli grigi arruffati dal vento e gli occhi sgranati da una follia lucida e devastante. Nella mano destra impugnava un vecchio revolver da collezione con l'impugnatura d'avorio appartenuto a suo marito Arthur.
Accanto a lei discesero due uomini prezzolati, individui della malavita locale ingaggiati con i suoi ultimi soldi per compiere una vendetta sconsiderata.
«Evelyn!» strillò Eleanor, la sua voce acuta e stridula resa rauca dalla rabbia. «Tu strega! Tu hai distrutto la mia famiglia! Hai distrutto mio figlio! Hai rubato quello che spettava di diritto ai Vance!»
«Fermati, Eleanor» dissi con voce bassa e calcolata, senza mostrare il minimo segno di agitazione. «La tua prigione ti sta aspettando. Abbandona l'arma e ordina ai tuoi uomini di arrendersi prima che sia troppo tardi.»
«Arrendermi?!» pianse e rise contemporaneamente la vecchia donna. «Io sono una Vance! Mio marito era un Generale! Mio figlio era destinato a governare la città! E tu... tu non eri niente! Una povera ragazza senza sangue blu che abbiamo accolto per carità! E ci hai ripagati dandoci due femmine inutili e rubandoci ogni cosa!»
Dalla posizione a terra, Julian riuscì a sollevare la testa, guardando sua madre con uno sguardo pieno di un orrore infinito. «Mamma... smettila...» rantolò Julian. «Smettila! Siamo stati noi a distruggere tutto! Evelyn non c'entra niente! Tu mi hai rovinato la vita con le tue bugie sull'erede!»
Eleanor si voltò verso il figlio con disprezzo. «Zitto, debole! Non sei mai stato un vero Vance! Ti sei lasciato piegare da questa donna! Ma io rimedierò ai tuoi errori!» Eleanor puntò la pistola direttamente verso la finestra del primo piano, dove sapeva che si trovavano le bambine. «Se la linea maschile dei Vance deve finire... allora finirà anche la tua descendenza, Evelyn!»
Prima che Eleanor potesse premere il grilletto, la mia reazione fu immediata e spietata.
Non sparai per uccidere la vecchia; sparai con precisione chirurgica alla mano che impugnava la pistola. Il colpo di 9mm disintegrò l'impugnatura d'avorio del revolver, facendolo volare via insieme alle urla di dolore di Eleanor.
Contemporaneamente, il sistema di difesa automatico installato da Miller sul perimetro della villa si attivò. Due torrette tattiche a scarica elettrica ad alta frequenza spararono sui due mercenari, abbattendoli all'istante con scariche da cinquemila volt prima che potessero persino estrarre le loro armi.
I due uomini caddero a terra svenuti e paralizzati sulla ghiaia.
Eleanor si accasciò sulle ginocchia, stringendosi la mano insanguinata e piangendo disperatamente sul terreno bagnato. La sua follia si infranse in un istante contro la realtà brutale della sua totale impotenza.
In quel momento, le sirene della polizia e delle ambulanze militari risuonarono lungo la scogliera. Quattro gazzelle della polizia e due van delle Forze Speciali circondarono il SUV, bloccando ogni possibile via di fuga.
Il Capitano Miller corse verso di me con la pistola estratta, seguito da una squadra di medici tattici. «Signora Colonnello! Sta bene?! Le bambine stanno bene?!»
«Stiamo bene, Miller» risposi, riponendo la mia pistola nella fondina. «Metti in sicurezza gli aggrediti e prendi in custodia Eleanor Vance. Imputazione per tentato omicidio plurimo, violazione di domicilio aggravata e possesso d'arma da fuoco non registrata.»
I medici si precipitarono su Julian, che giaceva a terra privo di conoscenza, con il respiro ridotto a un soffio quasi impercettibile.
Mi avvicinai al suo corpo mentre gli operatori sanitari gli applicavano la maschera dell'ossigeno.
Eleanor, ammanettata dalle guardie e scortata verso l'auto della polizia, mi guardò un'ultima volta con occhi pieni di pianto e disfatta. «Perché... Evelyn... perché non ci hai lasciati vincere...?»
La guardai negli occhi con la stessa freddezza con cui undici anni prima avevo firmato le carte del divorzio.
«Perché voi vivevate di illusioni e disprezzo, Eleanor» risposi. «Io ho combattuto per la realtà e per le mie figlie. E la realtà vince sempre.»
Eleanor venne fatta salire sull'auto della polizia, che partì a sirene spiegate verso l'ospedale carcerario. La sua vita si sarebbe conclusa esattamente dove meritava: in una prigione statale per criminali pericolosi, spogliata di ogni titolo, di ogni avere e di ogni singola illusione di grandezza.
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