LA VENDETTA DI RITA: IL SEGRETO DI MILANO
News Story

LA VENDETTA DI RITA: IL SEGRETO DI MILANO

1 visualizzazioni

PARTE 9 — LACQUA E IL FUOCO A PALAZZO SERBELLONI

Le luci di Palazzo Serbelloni illuminavano la notte milanese con una magnificenza regale. Fuori dai cancelli di ferro battuto, una fila interminabile di limousine nere e auto d'epoca scaricava l'élite del mondo economico, industriale e politico europeo. Gli uomini indossavano tuxedo impeccabili e le donne sfoggiavano diamanti che valevano interi patrimoni. Era la festa annuale della Banca Ranieri, l'evento in cui si decidevano le sorti dei grandi gruppi industriali e si stipulavano alleanze nell'ombra.

Al centro del gran salotto affrescato, sotto il gigantesco lampadario d'oro e cristallo, si ergeva il Conte Alberto Ranieri. A settant'anni suonati, l'uomo mostrava un aspetto imponente: capelli d'argento perfettamente pettinati, portamento aristocratico ed un sorriso magnetico che mascherava la freddezza di un rettile.

Ranieri stava sorseggiando del cristal di annata insieme al Prefetto di Milano e ad un alto magistrato della Corte d'Appello, ridendo di una battuta di politica finanziaria, quando un improvviso brusio si diffuse lungo l'ingresso principale.

I mormorii della folla si propagarono come un'onda shock. Le conversazioni aristocratiche si interruppero d'un tratto. I camerieri in livrea si fermarono con i vassoio in mano.

L'imponente porta a battenti di Palazzo Serbelloni si spalancò lentamente.

A varcare la soglia non fu un grande investitore estero né un ministro della Repubblica.

Fu una donna anziana, seduta su un'elegante sedia a rotelle di legno e acciaio lucidato, spinta con grazia da una giovane e bellissima donna con un abito da sera scuro e sobrio: mia figlia Sofia.

Io indossavo il vestito più bello della mia vita: un abito sartoriale di velluto blu notte, tagliato e cucito interamente a mano da mio marito Vittorio trent'anni prima, arricchito soltanto da una semplice spilla di perle sul petto. Il mio viso non portava i segni della debolezza o della malattia, ma la maestosità di una regina che tornava a reclamare il suo trono.

Al mio fianco, defilato ma chiaramente visibile, camminava il Giudice Amedeo Valli in alta uniforme di rappresentanza.

Gli occhi di tutti i presenti si piantarono su di me. I ricchi industriali che il giorno prima avevano riso al matrimonio di Marco e Priya riconobbero immediatamente la donna che era stata abbandonata dietro la porta della cucina.

Il Conte Alberto Ranieri si bloccò con il calice di champagne a mezza altezza. Per un microsecondo, un velo di puro terrore attraversò la sua maschera d'inviolabilità. Ma da abile manipolatore qual era, ricompose immediatamente l'espressione, accennando un sorriso sornione e caloroso mentre muoveva alcuni passi verso di me.

— Ma guarda chi c'è... — disse Ranieri con una voce melodiosa e teatrale, abbastanza forte per farsi sentire dal cerchio dei suoi invitati vip. — La mia cara Rita Sartori! Che sorpresa meravigliosa! Avevo saputo dei recenti ed incresciosi avvenimenti che hanno coinvolto quel povero ragazzo di tuo figlio Marco e quella sfortunata ragazza... Che tragedia! Ma vederti qui, così forte ed elegante, riscalda il cuore di tutti noi vecchi amici di tuo marito Vittorio!

Ranieri si chinò leggermente per baciarmi la mano, tentando di recitare la parte del vecchio amico di famiglia premuroso e addolorato.

Lentamente, ritirai la mano prima che le sue labbra potessero sfiorare la mia pelle.

— Risparmia la commedia, Alberto — dissi con una voce chiara, cristallina, che risuonò perfettamente nell'acustica del gran salotto. — Non siamo qui per bere champagne o per piangere sulla rovina di mio figlio. Siamo qui per chiudere i conti.

Il sorriso di Ranieri si congelò leggermente. I suoi occhi d'acciaio si strinsero. — Rita, capisco che tu sia provata dagli eventi stressanti di queste ultime ventiquattr'ore. Ma questo è un ricevimento privato di alta finanza. Se hai bisogno di assistenza economica o legale per aiutare il povero Marco, sai che la mia banca e la mia casa sono sempre aperte per la vedova di Vittorio.

— La vedova di Vittorio non ha bisogno della tua carità, Alberto — risposi con amara ironia. — E soprattutto, non ha bisogno dei soldi che tu hai rubato alla nostra famiglia attraverso la trappola che hai creato con Priya Viscardi.

Un brusio di sconcerto esplose tra gli ospiti. Il Prefetto si fece indietro, mentre i giornalisti finanziari presenti tra l'élite iniziarono ad avvicinarsi per non perdersi una sola parola.

Ranieri fece una risatina nervosa, facendo un cenno ai suoi uomini della sicurezza ai lati della sala. — Signori, vi prego di perdonare la signora. La perdita della gestione societaria e l'età avanzata le stanno giocando brutti scherzi mentali. Guardiani, scortate delicatamente la Signora Rita ed i suoi accompagnatori all'uscita...

— Non un passo di più! — ruggì il Giudice Valli alzando una mano con autorità costituzionale. — Qualsiasi persona che tenti di ostacolare questa conversazione verrà arrestata immediatamente per intralcio alla giustizia!

I due uomini della sicurezza si fermarono pietrificati, sapendo benissimo chi fosse il Giudice Valli.

Ranieri perse finalmente la pazienza. La sua maschera aristocratica crollò, rivelando il volto rabbioso del predatore scoperto. Si sporse verso di me, abbassando la voce con tono minaccioso:

— Rita, stai commettendo un errore fatale. Tu non hai prove di nulla. Priya è una truffatrice accertata le cui parole non valgono nulla in tribunale. Tuo figlio è finito. Se ti ritiri adesso, vi lascerò una piccola rendita per vivere dignitosamente. Se continui questa follia, vi distruggerò del tutto.

Io sorrisi. Un sorriso che fece venire i brividi a Ranieri.

Picchiettai la mano sulla piccola borsa di pelle scura che Sofia teneva appoggiata sul retro della mia sedia a rotelle. Sofia aprì la borsa ed estrasse un oggetto che fece impallidire Ranieri più di quanto avesse fatto l'arrivo della polizia al matrimonio.

Era un vecchio quaderno con la copertina in pelle nera, segnato dal tempo e rilegato con un nastro rosso consumato.

— Riconosci questo quaderno, Alberto? — chiesi sottovoce, ma con spietata fermezza. — È il registro mastro del 1982. Quello scritto interamente con la tua grafia, con i timbri d'epoca della tua prima fiduciaria.

Ranieri sbarrò gli occhi, il suo respiro diventò corto e affannoso. — Dove... dove l'hai trovato?! Vittorio mi aveva giurato di averlo distrutto trent'anni fa!

— Mio marito Vittorio era un uomo d'onore, ma non era uno sprovveduto — risposi fissandolo negli occhi. — Sapeva che l'avidità non muore mai. Questo quaderno è rimasto nascosto per decenni nel pilastro di fondazione della nostra prima bottega sartoriale. Ogni nome, ogni cifra, ogni tangente versata per fondare la tua banca è annotata qui dentro.

Ranieri tentò un gesto disperato: allungò la mano con violenza per strappare il quaderno dalle mani di mia figlia Sofia.

Ma prima che potesse toccarlo, la porta a vetri del giardino privato di Palazzo Serbelloni si spalancò con un boato metallico.

* * *