PARTE 10 — IL TRIBUNALE DELLA PIAZZA E LA CADUTA DEI GIGANTI
Un manipolo di uomini in divisa della Guardia di Finanza, guidati direttamente dal Procuratore Capo della Repubblica di Milano, fece irruzione nel salotto di Palazzo Serbelloni. Il rumore dei loro passi ferrati sul pavimento di marmo azzerò del tutto le risate e la musica di sottofondo.
— Conte Alberto Ranieri! — dichiarò il Procuratore Capo con voce solenne che echeggiò sotto gli affreschi storici. — In virtù della documentazione integrativa presentata questa sera dal Giudice Valli e delle prove materiali fornite dalla Signora Rita Sartori, la Procura di Milano ha emesso un ordinanza di custodia cautelare in carcere nei suoi confronti!
Gli ospiti di Palazzo Serbelloni emisero un urlo di sconcerto coordinato. Fotografi e giornalisti accreditati per la serata iniziarono a scattare raffiche di foto, illuminando il volto terrorizzato del Conte con centinaia di flash assordanti.
— È un errore! Un sopruso! — gridò Ranieri cercando disperatamente l'aiuto del Prefetto e dei magistrati presenti tra gli invitati. — Voi sapete chi sono io! Io sono il presidente della Banca Ranieri! Io sostengo l'economia di questa città! Voi non potete ammanettarmi davanti ai miei ospiti!
Il Prefetto voltò lentamente le spalle a Ranieri, allontanandosi in silenzio per non venire associato al crollo del gigante. I magistrati che un minuto prima bevevano lo champagne con lui si dispersero tra la folla come topi che abbandonano la nave che affonda.
Due ufficiali della Finanza si avvicinarono a Ranieri, bloccandogli le braccia dietro la schiena e stringendo i ferri ai polsi dell'uomo che si era creduto il padrone assoluto di Milano.
Ranieri, ammanettato e sconsagrato di ogni dignità, si voltò verso di me con gli occhi gonfi di rabbia e disperazione.
— Stupida vecchia! — urlò con la bava alle labbra mentre veniva trascinato verso l'uscita. — Hai distrutto la banca! Hai distrutto tuo figlio! Hai distrutto tutto!
Io rimasi seduta sulla mia sedia a rotelle, la testa alta e lo sguardo colmo di una serenità incrollabile.
— Non ho distrutto nulla, Alberto — risposi con voce calma che tagliò il caos della sala. — Ho solo permesso che la verità venisse a prendersi ciò che le spettava. Tu hai costruito il tuo impero sulla menzogna e sul sangue degli onesti. Stasera... la spazzatura è stata finalmente portata via.
Mentre Ranieri veniva scortato fuori tra i flash incessanti della stampa e il mormorìo indignato dei suoi ex amici, il salotto di Palazzo Serbelloni cadde in uno strano, profondo silenzio. Gli sguardi di tutti gli uomini più potenti della città si voltarono nuovamente verso di me. Non vi era più disprezzo, né commiserazione. Nei loro occhi c'era soltanto un rispetto venerativo e una paura ancestrale per la donna che aveva abbattuto il colosso intoccabile di Milano.
Sofia si chinò verso di me, stringendomi dolcemente le spalle. — È finita, mamma. Ce l'abbiamo fatta.
— Non è ancora del tutto finita, figlia mia — mormorai riprendendo il quaderno nero tra le mani. — C'è ancora un ultimo debito da saldare. Un debito morale che riguarda tuo fratello.
Il mattino seguente, le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali ed internazionali titolavano a caratteri cubitali: "TERREMOTO A MILANO: ARRESTATO IL CONTE RANIERI." "LA VENDETTA DELLA VEDOVA SARTORI: SMANTELLATO IL SISTEMA CORROTTO DELL'ALTA FINANZA."
Tre giorni dopo, mi recai nel carcere di San Vittore per l'unico colloquio autorizzato dal magistrato.
La stanza dei colloqui era spoglia, priva di sfarzo e illuminata soltanto da una luce al neon fredda. Seduto dall'altra parte del tavolo di metallo c'era Marco. In soli tre giorni, mio figlio sembrava invecchiato di vent'anni. Indossava una tuta grigia fornita dalla struttura, non portava più trucco o abiti sartoriali. Le sue mani tremavano visibilmente mentre fissava la superficie del tavolo.
Quando la porta si aprì e gli agenti mi accompagnarono all'interno sulla mia sedia a rotelle, Marco alzò lentamente lo sguardo. Nei suoi occhi non c'era più traccia dell'uomo arrogante che mi aveva cacciato dietro la cucina. C'era solo un dolore profondo e una vergogna insopportabile.
— Mamma... — mormorò con voce rotta dal pianto. — Sospettavo che non saresti mai venuta.
— Un genitore non abbandona mai del tutto il proprio figlio, Marco — dissi sedendomi dall'altra parte del tavolo. — Nemmeno quando il figlio ha cercato di seppellire il genitore.
Marco scoppiò in un pianto dirotto, nascondendo il viso tra le mani. — Ho saputo di Ranieri... Ho saputo che è stato lui ad organizzare tutto fin dall'inizio. Mi sento un idiota, un mostro! Ho venduto la mia vita, la tua salute e l'onore di mio padre per essere accettato da uomini che mi consideravano solo una pedina da distruggere!
— L'avidità acceca la mente, Marco — risposi con voce grave. — Tu hai cercato la scorciatoia per sembrare grande, dimenticando che la vera grandezza risiede nell'onestà e nell'amore per la propria famiglia.
— Ho perso tutto, mamma... — singhiozzò Marco. — Andrò in prigione per malversazione. Non ho più un euro, non ho più un nome. Non ho più nulla.
Lentamente, aprii la borsa di pelle che tenevo sulle gambe ed estrassi una busta bianca non sigillata. La spinsi lungo il tavolo di metallo verso di lui.
Marco la guardò con smarrimento. — Cos'è questa?
— Quella è la tua seconda possibilità — risposi con voce ferma.
* * *






