PARTE 8 — L’OMBRA DEL CONTE E LA TELA DI RAGNO SULLA CITTA
Il nome del Conte Alberto Ranieri risuonò nel salotto come una detonazione. Se vi era un uomo a Milano che incarnava il potere economico assoluto, il rispetto formale e l'inviolabilità sociale, quello era Ranieri. Amico intimo di mio marito nei primi anni di espansione del laboratorio sartoriale, era diventato il presidente della banca d'affari più prestigiosa della città, un gigante finanziario capace di muovere i fili della politica e dell'industria con un semplice cenno del capo.
Per anni avevo considerato Ranieri un benefattore della nostra famiglia. Era stato lui ad offrire a Marco i primi grandi prestiti bancari; era stato lui a presentare Priya a Marco durante un ricevimento di gala alla Scala di Milano.
Ora, la verità emergeva in tutta la sua mostruosa e diabolica chiarezza: non vi era stato alcun caso. Tutto era stato orchestrato dall'ombra con una precisione spietata.
— Alberto Ranieri... — mormorai, sentendo un gelo improvviso scendere nel mio petto. — L'amico di mio marito. L'uomo che ha fatto da padrino di battesimo a Marco.
— È stato lui a posizionare Priya al fianco di tuo fratello — spiegò l'avvocato Alessandro con voce cupa, scartabellando le prime note trasmesse dalla Procura. — Priya ha confessato di essere stata ingaggiata direttamente da Ranieri tre anni fa. Il suo compito era spingere Marco ad indebitarsi sempre di più con la banca Ranieri, sprecando denaro in investimenti sbagliati suggeriti da esperti finanziari corrotti al servizio del Conte.
Sofia strinse le mani a pugno, la sua espressione medica trasformata in una maschera di pura indignazione. — Volevano portare l'azienda al fallimento pilotato per poi rilevarla a prezzo di saldo! Volevano impossessarsi dei nostri immobili storici nel centro di Milano!
— Non solo degli immobili — corretti io, alzando lentamente la testa con lo sguardo fisso sul fuoco del camino. — Ranieri ha sempre provato un'invidia viscerale nei confronti di mio marito Vittorio. Vittorio aveva costruito un impero sul lavoro e sulla stima di tutta la città, senza mai chiedere un favore alla massoneria o ai circoli finanziari corrotti. Ranieri voleva umiliare la memoria di Vittorio, distruggendo suo figlio e riducendo sua moglie ad una straccia inferma e dimenticata.
Il Giudice Valli rientrò nello studio in quel preciso istante, accompagnato da due colleghi della Direzione Investigativa Antimafia. Il suo viso era tirato, la severità del suo sguardo indicava che la battaglia si era spostata ad un livello ben più alto e pericoloso.
— Rita — disse il Giudice Amedeo Valli sedendosi di fronte a me — la situazione è estremamente delicata. Alberto Ranieri non è un truffatore da quattro soldi come Priya, né uno sprovveduto vanesio come Marco. Ranieri possiede legami con le istituzioni, ha giudici sul suo libro paga e controlla la maggior parte della stampa finanziaria italiana. La confessione di Priya, da sola, non basta a scalfirlo. I suoi legali dichiareranno che si tratta delle calunnie di un'impostora disperata.
— E la banca? — chiese Sofia. — Le banche non sono soggette a controlli?
— La Banca Ranieri è un muro di gomma — rispose l'ufficiale della DIA. — Senza una prova documentale diretta che colleghi i flussi di denaro sporco tra i conti off-shore di Priya e le società fiduciarie del Conte Ranieri, qualsiasi giudice istruttore respingerà la richiesta di perquisizione nei suoi uffici. È un uomo intoccabile.
Rimasi in silenzio per alcuni lunghi minuti. Il pendolo del salotto scandiva il tempo con colpi secchi e metodici. Loro credevano che la partita fosse finita perché Ranieri era troppo potente, troppo ricco e troppo protetto. Ma avevano dimenticato un dettaglio fondamentale: la memoria di una madre e l'esperienza di una donna che aveva vissuto un'intera vita nell'ombra degli uomini d'affari.
Un piccolo sorriso amaro comparve sulle mie labbra.
— Ranieri pensa di essere intoccabile perché usa computer, fiduciarie svizzere e avvocati da mille euro all'ora — dissi lentamente, attirando l'attenzione di tutti i presenti. — Ma cinquant'anni fa, quando Vittorio ed io avevamo aperto il nostro primo laboratorio, Ranieri non era ancora un Conte. Era solo un giovane ragioniere privo di scrupoli che gestiva la contabilità nera della vecchia aristocrazia milanese.
Sofia mi guardò sorpresa. — Mamma, cosa stai dicendo?
— Sto dicendo che mio marito Vittorio non era un ingenuo — risposi con un tono di voce che fece calare un silenzio assoluto. — Vittorio sapeva che un giorno Ranieri avrebbe cercato di tradirci. Negli anni '80, quando Ranieri chiese a Vittorio di aiutarlo a ripulire un ingente capitale proveniente da una bancarotta fraudolenta per fondare la sua prima banca, mio marito pretese una garanzia.
— Una garanzia? — esclamò l'avvocato Alessandro. — Quale garanzia?
— Il libro mastro originale dei fondi neri di Ranieri — risposi scandendo bene ogni singola parola. — Un registro cartaceo scritto interamente di sua pugno, dove sono segnati i primi nomi dei politici, dei magistrati e degli imprenditori che gli hanno permesso di costruire la sua banca d'affari.
Il Giudice Valli si alzò di scatto dalla sedia, gli occhi sgranati dalla meraviglia. — Mio Dio, Rita! Se quel libro mastro esiste davvero ed è ancora integro... è la bomba atomica sul sistema finanziario milanese! Dove si trova quel registro?
Guardai l'orologio a pendolo.
— Non si trova in questa villa — risposi con calma. — E non si trova in una banca. È custodito in un posto dove solo la fame d'umiltà può portare a cercare. Ma c'è un problema.
— Quale problema, Rita? — chiese ansioso il Giudice Valli.
— Per recuperarlo, devo presentami personalmente al circolo privato di Ranieri questa sera stessa, durante la grande cena annuale dell'alta finanza a Palazzo Serbelloni.
— È troppo pericoloso! — gridò Sofia prendendomi le mani. — Se Ranieri scopre che hai quel registro prima che possiamo consegnarlo alla magistratura, farà di tutto per fermarti! Non ti permetterà mai di uscire viva da quel palazzo!
Io guardai mia figlia con la fermezza di una leonessa che ha appena ritrovato la sua forza:
— Per quarant'anni ho vissuto cucendo vestiti per gli altri. Ieri ho vissuto lasciandomi trattare come spazzatura per smascherare tuo fratello. Stasera, Sofia... andrò a finire il lavoro che tuo padre ha iniziato cinquant'anni fa.
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