PARTE 11 — LA SECONDA POSSIBILITÀ E LA RINASCITA DALLE CENERI
Marco fissò la busta bianca per diversi secondi, come se temesse che al suo interno vi fosse un'altra condanna. Con le dita tremanti aprì il sigillo ed estrasse alcuni fogli scritti a macchina.
Era un contratto di lavoro redatto dall'avvocato Alessandro per conto della nuova Fondazione Sartori.
— Un contratto... da operaio tessile? — balbettò Marco leggendo le clausole con gli occhi sgranati dalla sorpreso. — Nel vecchio laboratorio di sartoria a periferia di Milano?
— La Procura ha accordato la sospensione della pena detentiva e la conversione in affidamento ai servizi sociali per i reati minori che ti riguardano, a patto che tu svolga un lavoro di pubblica utilità e risarcisca interamente i danni causati alla società — spiegai con un tono privo di durezza ma inflessibile. — Non sarai mai più un dirigente, Marco. Non avrai più carte di credito illimitate, né abiti da cinquemila euro. Imparerai il mestiere che tuo padre ha svolto per tutta la vita. Piegherai la schiena, taglierai il tessuto e servirai la gente comune che ha bisogno di vestiti a basso costo.
Marco lasciò cadere i fogli sul tavolo, le lacrime che continuavano a scendere lungo le sue guance incavate.
— Perché fai questo per me, mamma? Dopo tutto quello che ti ho fatto... Dopo aver permesso che ti mettessero accanto alla spazzatura... Per quale motivo mi salvi dalla prigione?
Mi spinsi leggermente in avanti sulla mia sedia a rotelle, guardandolo con una dolcezza antica che non vedeva da troppi anni.
— Perché io sono tua madre, Marco. E una madre non punisce per vendetta; punisce per educare. Io non ho distrutto la tua vita per vederti marcire in una cella. L'ho distrutta per darti la possibilità di ritrovare la tua anima prima che fosse troppo tardi. Tuo padre non ti avrebbe mai lasciato andare a fondo senza darti una possibilità di redenzione.
Marco si sporse lungo il tavolo, prendendo delicatamente le mie dita tra le sue hands ruvide. Questa volta non c'era disperazione finanziaria nel suo tocco; c'era solo un sincero, immenso bisogno di perdono.
— Ti giuro su mio padre... Ti giuro sulla mia vita che lavorerò ogni singolo giorno per essere degno di portare il tuo nome, mamma. Non mi importerà della ricchezza, né della Milano bene. Imparerò da capo.
— Metti la tua firma su quel foglio, allora — risposi facendogli un cenno con la testa. — E dimostramelo con i fatti, non con le parole.
Sei mesi dopo.
La primavera era tornata a Milano. Il sole caldo bagnava i bastioni di Porta Venezia ed il giardino del vecchio laboratorio sartoriale dei Sartori, interamente ristrutturato e trasformato nel centro operativo della Fondazione Sartori per l'assistenza agli anziani e la formazione artigianale dei giovani svantaggiati.
Non ero più seduta su una sedia a rotelle. Con l'aiuto delle terapie riabilitative guidate da mia figlia Sofia e grazie alla sospensione totale dei veleni che Priya mi somministrava, avevo riacquistato la forza nelle gambe. Camminavo lentamente, appoggiandomi ad un elegante bastone di legno con il pomolo d'argento appartenuto a mio marito Vittorio.
Dalla grande vetrata del laboratorio osservavo la sala principale.
Marco era lì, avvolto in un semplice grembiule di cotone scuro. Le sue mani, un tempo abituate solo a firmare assegni e toccare calici di champagne, stendevano con cura una pezza di stoffa grezza sul grande tavolo di legno. Al suo fianco, un giovane ragazzo di periferia impara a prendere le misure per un abito. Non c'era traccia di superbia nel viso di mio figlio. C'era una serenità profonda, la pace di chi ha finalmente trovato il proprio posto nel mondo attraverso il lavoro genuino.
Sofia si avvicinò a me, mettendomi un braccio intorno alle spalle. — Guardalo, mamma. Sembra un uomo del tutto diverso.
— Lo è, Sofia — risposi sorridendo lievemente. — Ha dovuto perdere tutto per capire cosa valeva davvero.
L'avvocato Alessandro e il Giudice Valli varcarono la soglia del laboratorio portando con sé una cartella di pelle e un mazzo di fiori freschi.
— Buongiorno, Signora Rita — disse il Giudice Valli facendomi un caloroso inchino. — Ho buone notizie dal Tribunale. Il processo contro il Conte Ranieri e Priya Viscardi si è concluso con la condanna definitiva per entrambi a quattordici anni di reclusione per truffa, associazione a delinquere e tentato avvelenamento. Tutti i beni confiscati alla banca Ranieri sono stati trasferiti ufficialmente alla vostra Fondazione.
— Giustizia è stata fatta — mormorò Sofia con sollievo.
— La giustizia degli uomini ha fatto il suo corso — aggiunsi io guardando il cielo azzurro sopra i tetti di Milano. — Ma la vera vittoria è che la nostra famiglia ha ritrovato la sua dignità.
Tuttavia, mentre ci avviamo verso il giardino per festeggiare l'inaugurazione del nuovo centro medico della Fondazione, un giovane fattorino in bicicletta si fermò davanti al cancello del laboratorio. Teneva tra le mani una lettera sigillata con un'elegante ceralacca rossa sprovvista di mittente.
Il fattorino si avvicinò a me, consegnandomi la busta. — Signora Sartori? Questa è stata recapitata mezz'ora fa presso la sede del Tribunale con l'obbligo di consegna personale a lei.
Guardai la busta. La ceralacca riportava un stemma nobiliare sconosciuto. Con dita ferme, aprii il sigillo ed estrassi un singolo foglio di pergamena.
Quando lessi le prime righe, il mio cuore saltò un battito.
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