parte 8
LA COLLISIONE E LA FUGA NELLA NEBBIA Il fascio di luce della torcia elettrica dell'investigatore privato tagliò l'oscurità della stanza, illuminando per un istante la stoffa pesante della tenda dietro cui mi trovavo rannicchiata. Sentii il respiro dell'uomo farsi sempre più vicino, accompagnato dal rumore sordo dei suoi stivali sul parquet polveroso.
Mancavano pochi centimetri prima che scostasse il velluto e mi trovasse faccia a faccia con lui. In quel momento di tensione estrema, decisi di non aspettare che fosse lui a sferrare la prima mossa. Con uno scatto felino, afferrai il pesante fermacarte di bronzo e, mentre la mano dell'investigatore afferrava il bordo della tenda per tirarla via, glielo scagliai con tutta la forza che avevo in corpo contro il polso destro.
Un grido di dolore soffocato riecheggiò nella stanza: l'uomo lasciò andare la presa sulla tenda, barcollando all'indietro e stringendosi il braccio colpito con una smorfia di rabbia feroce. "Maledetta stronza!" urlò imprecando, mentre cercava di riequilibrarsi nel buio. Non persi un solo secondo prezioso. Afferrai la mia borsa con i documenti scottanti, saltai oltre la scrivania e mi precipitai verso la porta secondaria dello studio, quella che conduceva direttamente al retro giardino.
Spalancai l'infisso e mi gettai fuori, correndo a perdifiato attraverso l'erba alta e bagnata di rugiada, mentre la nebbia fitta della campagna bergamasca mi avvolgeva come un mantello protettivo. Alle mie spalle udivo le urla furiose dell'investigatore che mi inseguiva, ma i suoi passi rallentavano a causa del terreno fangoso, mentre io conoscevo ogni singola scorciatoia di quella proprietà in cui avevo trascorso le estati della mia infanzia.
Riuscii a raggiungere la mia auto nascosta dietro il fienile abbandonato, salii a bordo, inserii la chiave nel quadro e accesi il motore con le mani ancora tremanti per l'adrenalina. Inserii la retromarcia, feci un'inversione bruciante e sfrecciai via lungo il vialetto ghiaioso, lasciando l'uomo immobile nella nebbia che imprecava invano contro i fanali posteriori della mia vettura.
Ero salva, per il momento. Ma sapevo che mia madre non si sarebbe fermata davanti a nulla ora che sapeva di essere a un passo dalla rovina totale. Guidai direttamente verso il centro di Bergamo, ma non verso casa mia; mi diressi verso lo studio di un vecchio notaio di fiducia che aveva servito mio padre per quarant'anni, l'unico uomo in città che potesse autenticare e depositare legalmente quei documenti prima che mia madre potesse muovere un altro attacco...






