IL REGALO DEL SILENZIO
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IL REGALO DEL SILENZIO

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parte 10

IL RICATTO DISPERATO E LA CORSA CONTRO IL TEMPO La voce di mia madre all'altro capo del telefono grondava una follia lucida, quella tipica di chi non ha più nulla da perdere e si aggrappa alla violenza pur di salvare il proprio impero di apparenze. Le parole "i tuoi bambini" risuonarono nella mia testa come una campana a morto, scatenando un'ondata di panico primordiale che minacciava di paralizzarmi.

I miei piccoli, Tobia e la sua sorellina, erano in quel momento a casa della mia amica d'infanzia, un luogo che ritenevo sicuro ma che evidentemente l'investigatore privato di mia madre aveva già localizzato. "Tu non oseresti mai toccarli!" gridai nella cornetta, perdendo per la prima volta la mia proverbiale calma e lasciando che la furia di madre ferita esplodesse in tutta la sua potenza.

Dall'altro lato, mia madre rise, un suono secco e disumano che non sembrava nemmeno appartenere a una persona reale: "Non sottovalutare fino a che punto posso spingermi per difendere ciò che ho costruito, Elena. Hai esattamente sessanta minuti di tempo per ritirare ogni istanza legale dal tribunale e firmare la cessione dei beni immobili alla holding.

Se non lo fai... beh, diciamo che la tua amica potrebbe ricevere una visita spiacevole". La linea cadde con un secco segnale di occupato. Fissai il telefono con il cuore in gola, mentre il notaio Rinaldi mi guardava con preoccupazione, comprendendo la gravità della situazione. "Signora Elena, dobbiamo chiamare immediatamente i carabinieri! Questo è un chiaro reato di estorsione e minaccia aggravata!" esclamò l'anziano professionista, afferrando il proprio cellulare.

"Non abbiamo sessanta minuti per le procedure burocratiche dei carabinieri, notaio," dissi con voce tesa ma incredibilmente lucida, mentre un piano audace e disperato cominciava a farsi strada nella mia mente. "Se chiamo le forze dell'ordine ora, mia madre potrebbe dare disposizioni ai suoi scagnozzi prima che arrivino. Devo giocare d'anticipo". Presi la borsa, salutai frettolosamente il notaio e corsi fuori dallo studio, balzando in auto.

Diedi gas pestando forte sull'acceleratore, sfrecciando per le strade di Bergamo con il cuore che batteva all'impazzata nel petto. Durante il tragitto, composi rapidamente il numero della mia amica d'infanzia, pregando mentalmente che rispondesse al primo squillo. Dopo due interminabili toni di attesa, la sua voce squillante e tranquilla rispose: "Pronto, Elena?

Tutto bene?". "Ascoltami attentamente, Chiara," dissi con voce concitata, cercando di mantenere la calma per non spaventarla. "Prendi i bambini, esci immediatamente dalla porta sul retro e sali sulla tua macchina. Non chiedere spiegazioni, vieni direttamente al commissariato di polizia in centro. Vi raggiungo lì tra dieci minuti". Mentre Chiara, spaventata dal tono imperativo della mia voce, accettava senza obiezioni, schiacciai il piede sull'acceleratore, svoltando l'angolo a tutta velocità.

Ma proprio mentre imboccavo il viale che conduceva al punto d'incontro, una berlina nera di grossa cilindrata sbucò all'improvviso da una traversa laterale, tagliandomi la strada e costringendomi a una inchiodata violonda che fece stridere gli pneumatici sull'asfalto bagnato...