IL REGALO DEL SILENZIO
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IL REGALO DEL SILENZIO

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parte 11

L'AGGUATO ALL'INCROCIO E LA MOSSA DELLA DISPERAZIONE La berlina nera bloccava completamente la carreggiata, impedendomi ogni via di fuga in avanti. Prima che potessi inserire la retromarcia per scappare, due uomini scesero rapidamente dai lati dell'auto pirata, dirigendosi a grandi passi verso la mia vettura con fare minaccioso. Riconobbi subito uno di loro: era lo stesso investigatore privato che mi aveva inseguito nella vecchia villa di campagna, con una fasciatura rigida al polso destro e uno sguardo carico di risentimento assassino.

"Spegni il motore e scendi dall'auto, signora. Svelta, o faremo a pezzi questo finestrino con la spranga," gridò l'uomo, battendo con forza il palmo della mano aperta sul vetro del mio sportello. Il terrore mi strinse la gola, ma la determinazione a proteggere i miei figli fu più forte di qualsiasi paura. Non avevo intenzione di farmi catturare o di cedere ai loro ricatti.

Invece di spegnere il motore, innestai la marcia con un movimento fulmineo, premetti il piede sull'acceleratore fino in fondo e sterzai bruscamente verso destra, puntando le ruote contro il marciapiede basso e scavalcandolo per aggirare la berlina bloccata. Un tonfo sordo scosse la vettura mentre le ruote scavalcavano il cordolo, seguito dalle imprecazioni furiose degli uomini che dovettero scattare di lato per evitare di essere investiti.

La fiancata della mia auto strisciò rumorosamente contro il muretto di cinta di un giardino privato, lasciando una lunga striscia di vernice grigia, ma il motore ruggì e la macchina si liberò, schizzando via a tutta velocità lungo la strada secondaria che portava dritta al commissariato di polizia. Guardai nello specchietto retrovisore: la berlina nera aveva tentato di inseguirmi, ma era rimasta impacciata nella manovra di inversione tra le stradine strette del quartiere residenziale.

Avevo guadagnato un vantaggio prezioso, ma sapevo che il tempo stava per scadere e che mia madre non avrebbe esitato a tentare il tutto per tutto. Arrivai sgommando davanti al portone del commissariato centrale di Bergamo, parcheggiando la vettura in divieto di sosta e balzando fuori con il fiatone. Corsi all'interno della sala d'ingresso, dove gli agenti di guardia mi guardarono sorpresi per il mio aspetto trafelato e i capelli scompigliati.

Prima che potessi pronunciare una sola parola, il mio cellulare nella tasca della giacca riprese a squillare con insistenza: era ancora una volta quel numero privato, il numero di mia madre. Con le mani tremanti, accettai la chiamata e misi il vivavoce, facendo in modo che l'ufficiale di picchetto alla scrivania potesse ascoltare ogni singola parola...