PARTE 9 – La Casa Abbandonata
La porta del salone si chiuse dietro di lei con un tonodioso sordo che riecheggiava in tutta la villa vuota. Mi aveva lasciato lì nella penombra, in mezzo alle carte che suggellavano la mia totale rovina. Ero rimasto come inchiodato su quella sedia di legno, con la testa tra le mani, mentre la realtà penetrava lentamente ma inesorabilmente in tutta la sua spietatezza.
Venticinque anni di matrimonio. Una vita costruita su ricordi, vacanze, compleanni e lacrime nascoste, ridotta a una pila di atti su un tavolino impolverato lungo il fiume. Non ero stato solo tradito; ero stato sistematicamente smantellato dall'unica persona al mondo che pensavo mi amasse incondizionatamente.
Dopo un po', quando il freddo mi penetrò nei vestiti, mi alzai tremando. Le mie gambe sembravano di piombo. Non presi il dossier con i documenti; poteva tenerselo. Volevo solo andarmene. Via da questo posto, via dai ricordi di ciò che era stato, e via dai fantasmi del mio passato che mi avevano raggiunto oggi.
Camminai verso il corridoio, aprii la pesante porta d'ingresso e tornai nell'aria umida della notte. La pioggerellina si era trasformata in una fitta nebbia che avvolgeva l'intera sponda del fiume in un velo bianco. La mia macchina aspettava lì, con i fari che brillavano fiachi sulla ghiaia bagnata.
Salii, girai la chiave e mi allontanai dalla tenuta. Guidando per quelle strade buie e deserte, mi resi conto che non potevo più andare da nessuna parte. La nostra casa – quella casa che fino a oggi pomeriggio consideravo 'mia' – non era più mia. Le serrature erano probabilmente già state cambiate, o lo sarebbero state nelle prime ore del mattino.
Guidai verso un motel economico ai margini dell'autostrada, lo stesso tipo di posto in cui quindici anni prima avevo fatto il check-in con il cuore che batteva forte per i miei appuntamenti segreti. Il cerchio si chiudeva. Parcheggiai l'auto sotto un'insegna al neon lampeggiante, pagai in contanti per una stanza spoglia al terzo piano e mi lasciai cadere sul materasso sfondato.
Il mio telefono vibrò in tasca. Un messaggio da un numero sconosciuto. Lo aprii con un dito tremante. Era una foto del ristorante in cui avevamo iniziato quella sera, accompagnata da un breve testo della mia ormai ex moglie:
“Hai dimenticato l'orologio nella camera d'albergo nel 2015. Domani sarà pronto per te alla reception. Buonanotte.”
Fissai lo schermo finché la luce non si spense nella notte oscura.






