Le coordinate fornite dall'agente ferito ci condussero ai margini di una valle isolata, dominata dai resti fatiscenti di una vecchia miniera d'argento abbandonata negli anni Sessanta. Era un complesso di edifici industriali in disuso, con enormi capannoni arrugginiti, silos di cemento screpolato e profondi cunicoli sotterranei che si estendevano per chilometri sotto la montagna. Parcheggiammo i fuoristrada a debita distanza, mimetizzati tra gli alberi fitti della foresta, e proseguimmo a piedi sfruttando la copertura naturale del terreno e la nebbia fitta che aveva cominciato ad abbassarsi ulteriormente. I miei istinti di stratega e combattente, affinati in anni di guerre sotterranee nel sottobosco criminale, erano al massimo della concentrazione. Ogni muscolo del mio corpo era teso come la corda di un arco. Sapevamo che il perimetro era sorvegliato da cecchini appostati sui tetti dei capannoni e da ronde armate che pattugliavano gli accessi principali. Con un cenno della mano, divisisco i nostri uomini in due squadre d'attacco: Vincent avrebbe guidato il fianco destro per neutralizzare le postazioni di osservazione elevate, mentre io avremmo condotto l'infiltrazione frontale attraverso uno dei vecchi condotti di aerazione secondari che conoscevo grazie alle mappe tecniche recuperate dai nostri hacker. L'aria all'interno del cunicolo era fredda, umida e impregnata di polvere di carbone e ruggine. Avanzammo carponi nel buio totale, guidati solo dai visori notturni, con il cuore che batteva all'impazienza di arrivare al cuore della struttura. Riemersimo all'interno di un magazzino sotterraneo scarsamente illuminato da lampade a incandescenza tremolanti. Da lì, seguendo il rumore sordo di un generatore diesel, ci avvicinammo alla sala principale della struttura mineraria. Attraverso una grata di ferro arrugginita che dava sul piano superiore, vidi finalmente ciò che temevo e speravo di trovare contemporaneamente. Legato a una sedia di metallo, al centro di una stanza illuminata da una singola lampadina sospesa, c'era un bambino piccolo dai capelli scuri. Lucas. Accanto a lui, in piedi con le mani in tasca e un sorriso freddo e calcolatore dipinto sul volto, c'era Julian Vance. Nonostante gli anni trascorsi e le cicatrici che solcavano parte del suo viso — il ricordo indelebile della notte in cui avevo cercato di eliminarlo — Julian sembrava più pericoloso che mai. Intorno a lui, almeno una decina di uomini pesantemente armati sorvegliavano gli ingressi, pronti a intervenire al minimo rumore.
«Tranquillo, piccolo», mormorai sottovoce, stringendo l'impugnatura della pistola con tanta forza che le nocche mi sbiancarono. Aspettai il segnale radio di Vincent. Dalla cuffia auricolare arrivò la conferma secca: Le postazioni esterne sono neutralizzate. Siamo pronti.
«Procediamo», dissi con voce gelida.






