Il volo verso il Montana fu un viaggio attraverso il silenzio e la tensione palpabile. A bordo del jet privato, mentre sorvolavamo le vaste distese oscure del continente americano, continuai a esaminare ogni singolo file della chiavetta USB. Madeline aveva lasciato tracce digitali cifrate, indirizzi di emergenza, conti correnti offshore intestati a prestanome e una serie di contatti fidati sparsi in tutto il paese. Tra questi figurava un vecchio amico di famiglia, un ex agente dell'FBI ritiratosi a vita privata in una cabin isolata tra le montagne rocciose, che aveva aiutato Madeline a stabilirsi in quella zona remota senza destare sospetti. Atterrammo in un piccolo aeroporto regionale coperto da una fitta nebbia mattutina. L'aria era gelida, impregnata dell'odore aspro della pineta e della neve imminente. Vincent aveva già organizzato tre fuoristrada blindati con uomini armati fino ai denti, pronti a muoversi in silenzio attraverso le strade tortuose della montagna. Non potevamo permetterci di attirare l'attenzione delle autorità locali o di allertare gli uomini di Julian, che sapevamo essere già sulle tracce del bambino. Ci dirigemmo immediatamente verso la baita dell'ex agente, situata a circa due ore di distanza dall'aeroporto, inoltrandoci in boschi fitti e sentieri impervi resi scivolosi dal gelo. Durante il tragitto, analizzai le intercettazioni radio che i nostri specialisti avevano captato sulle frequenze locali. C'erano comunicazioni criptate tra gruppi paramilitari legati a Julian Vance, il che confermava che i nostri nemici non erano semplici mercenari a basso costo, ma professionisti altamente addestrati, decisi a chiudere ogni conto rimasto in sospeso con me. Quando arrivammo alla baita, la scena che ci si parve davanti fu devastante. La porta d'ingresso era sfondata, i vetri delle finestre erano in frantumi e all'interno regnava il caos assoluto. C'erano segni evidenti di una colluttazione recente. Il vecchio ex agente giaceva privo di sensi sul pavimento del soggiorno, ferito da un colpo d'arma da fuoco alla spalla ma ancora vivo. Corsi verso di lui, sollevandolo delicatamente per farlo riprendere.
«Ehi, guardami! Chi è stato? Dove sono?» chiesi con voce ferma ma urgente. L'uomo tossì, sputando un filo di sangue, poi mi riconobbe attraverso gli occhi socchiusi per il dolore.
«Sebastian... sei tu...» sussurrò con un filo di voce. «Sono arrivati ieri sera. Troppo presto... sapevano dove si nascondevano.»
«Chi li ha presi? Dove hanno portato Lucas?»
L'uomo strinse i denti per il dolore e indicò con un cenno debole della mano verso la cartina geografica appesa alla parete, sulla quale erano segnate alcune coordinate a nord, vicino a una vecchia miniera abbandonata ai piedi della catena montuosa.
«Julian... Julian Vance in persona è qui. Vuole scambiare il bambino per te. Ha detto che se non ti consegni entro ventiquattro ore, Lucas pagherà per tutti i peccati del passato.»
Un brivido di pura furia mi attraversò la spina dorsale. Julian non voleva semplicemente eliminare mio figlio; voleva me, voleva umiliarmi e distruggere tutto ciò che avevo costruito, usando il sangue del mio sangue come esca. Feci medicare l'anziano agente dai nostri medici di bordo, poi radunai Vincent e la squadra d'assalto fuori dalla baita. Guardai le cime innevate che si stagliavano minacciose contro il cielo grigio. La trappola era tesa, ma non avevamo altra scelta: saremmo entrati nella tana del lupo a testa alta, pronti a dare battaglia per riprenderci ciò che ci apparteneva di diritto.






