Il battente di legno si spalancò di colpo, rivelando non il personale dell'hotel, ma una figura alta, vestita con un impermeabile scuro e un cappello abbassato sulla fronte che ne celava parzialmente i tratti del viso. La persona rimase immobile sulla soglia per una frazione di secondo, scrutando l'interno della stanza con uno sguardo rapido e calcolatore, prima che i suoi occhi si posassero direttamente su mio padre.
L'istinto prese il sopravvento sulla paura. Prima che l'uomo potesse avanzare o estrarre qualsiasi cosa dalla tasca del cappotto, Bruno scattò in avanti con la forza della disperazione, afferrando una pesante lampada da tavolo in ceramica e scagliandola contro la figura sulla porta. La lampada si frantumò in mille pezzi sul pavimento di piastrelle, costringendo l'intruso a fare un passo indietro per evitare i cocci taglienti.
"Prendete le borse! Dobbiamo uscire da qui, adesso!" gridò mio padre, perdendo ogni parvenza di calma e indicando la porta secondaria che dava sulle scale di sicurezza antincendio, nascoste in fondo al corridoio di servizio.
Marco fu il primo a muoversi, spalancando la porta di sicurezza che emise un allarme acustico assordante, un fischio acuto e metallico che fece rintronare l'intero piano dell'albergo. "Correte! Muovetevi!" urlò, spingendoci fuori dalla stanza mentre il caos cominciava a regnare sovrano nei corridoi dell'Hotel Imperiale.
Mentre fuggivamo lungo le scale di ferro arrugginite che scendevano verso il cortile posteriore, il mio pensiero fisso era uno solo: mia figlia. "Greta! Dov'è Greta?" urlai disperata, fermandomi sul pianerottolo e strattonando la manica della giacca di Bruno, che mi tirava per farmi scendere.
"Era con noi, stava scendendo dietro a tuo padre!" rispose Bruno urlando per sovrastare il baccano dell'allarme antincendio. Mi voltai di scatto e vidi mio padre che teneva per mano la bambina, la quale, incredibilmente, non piangeva e non sembrava spaventata, ma manteneva quello stesso sguardo serio e concentrato che aveva avuto all'inizio della nostra disavventura.
Raggiungemmo il parcheggio posteriore dell'albergo, dove una vecchia station wagon grigia con il motore già acceso ci stava aspettando nell'ombra della vegetazione incolta. Al volante c'era una donna dai capelli corti che non avevo mai visto prima, la quale ci faceva cenno di salire in fretta, suonando il clacson per coprire il rumore dell'allarme che continuava a ululare alle nostre spalle.
Salimmo in macchina in un turbine di confusione e respiri affannati. La portiera si chiuse con un tonfo secco e la vettura partì a sgommate, imboccando una stradina secondaria sterrata che si allontanava rapidamente dalla costa, lasciandosi alle spalle l'Hotel Imperiale, la pioggia che cominciava a cadere copiosa e tutti i segreti che avevamo cercato di disseppellire.






