Il foglietto che stringevo tra le dita tremanti sembrava pesare come un macigno. La luce soffusa della lampada da comodino illuminava quel pezzetto di carta strappata da un blocchetto notes, eppure ogni singola lettera tracciata a penna nera era un colpo diretto al cuore. Riconoscevo quella grafia rigida, leggermente inclinata verso sinistra, con le "t" tagliate in modo netto e deciso. Era la calligrafia di mio padre, Giulio. L'uomo che avevo amato, idolatrato e che, soprattutto, avevo pianto e seppellito cinque anni prima in un piccolo cimitero di provincia, dopo una lunga e devastante malattia degenerativa.
Come era possibile? Mio padre se n'era andato nel sonno, circondato dall'affetto della famiglia, con un certificato di morte firmato dai medici e un funerale al quale avevano partecipato centinaia di persone. Eppure, la data scritta in alto a destra sul foglio non lasciava spazio a interpretazioni: era di appena sette giorni prima. Il contenuto del messaggio era criptico, un enigma angosciante composto da poche parole secche: “Non fidarti di chi sorride alla luce. Il passato non muore, indossa solo abiti nuovi. Cerca nella valigia blu sotto il letto.”
Il respiro mi si interruppe in gola. Una valigia blu. Nella stanza 304 non c'erano valigie blu in vista; c'erano solo le nostre borse da viaggio e quella vecchia valigia di pelle marrone che Bruno aveva portato con sé arrivando in anticipo. Mi guardai intorno con circospezione, sentendo i brividi corrermi lungo la schiena. La porta della camera era ancora socchiusa, e dal corridoio non proveniva alcun rumore, se non il ronzio lontano di un ascensore. Avevo pochi minuti prima che Bruno e mio fratello Marco facessero ritorno dal loro presunto caffè al bar dell'hotel.
Senza pensarci due volte, mossa da un'urgenza cieca e da un terrore crescente, mi precipitai verso il letto matrimoniale. Mi inginocchiai sulla moquette logora, infilando le braccia sotto la struttura pesante della rete metallica. Le mie dita scivolarono nella penombra, tra la polvere accumulata e i fili di lana, finché non toccarono la superficie rigida e fredda di un oggetto nascosto nell'angolo più remoto. Tirai con forza. Un oggetto pesante scivolò fuori, sollevando una leggera nube di pulviscolo grigio.
Era proprio una valigia rigida, di un colore blu scuro intenso, chiusa da una combinazione numerica a tre cifre. Non avevo idea di quale fosse il codice. I miei pensieri corsero alla data di nascita di mio padre, al giorno del nostro matrimonio, alla data di nascita di Greta. Provai la combinazione formata dal giorno in cui papà ci aveva lasciati, ma il luccicario metallico della serratura non scattò. Tentai con il compleanno di mia figlia. Niente. Il tempo scorreva inesorabile, e ogni secondo che passava accresceva il rischio che Bruno rientrasse e mi trovasse lì, a frugare tra i segreti che aveva così disperatamente cercato di celare.
Fu allora che mi ricordai di un dettaglio apparentemente insignificante, una conversazione avuta con mio padre molti anni prima, quando ero solo una bambina e giocavamo a inventare codici segreti basati sulle nostre canzoni preferite. Provai le ultime tre cifre del numero civico della nostra vecchia casa d'infanzia, seguito dal numero fortunato che ripeteva sempre. Clic. Il meccanismo scattò di colpo, liberando i ganci laterali con un suono secco che rimbombò nella stanza silenziosa come uno sparo.






