L'Ombra della Stanza 304
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L'Ombra della Stanza 304

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Bruno varcò la soglia per primo, seguito a breve distanza da mio fratello Marco. L'atmosfera nella camera 304 era densa, carica di elettricità statica e di un sospetto reciproco che si poteva quasi tagliare con il coltello. Bruno cercò subito il mio sguardo, i suoi occhi azzurri fissi nei miei con un misto di circospezione e calcolata freddezza. Aveva smesso di fingere il panico goffo di poco prima; ora indossava la maschera del professionista freddo, l'uomo d'affari cinico che sapeva esattamente come gestire le situazioni di crisi. Marco, dal canto suo, si appoggiò con nonchalance alla parete vicino alla finestra, incrociando le braccia al petto e guardandomi con un ghigno sottile che non faceva che alimentare la mia furia repressa.

"Allora, Elisa," esordì Bruno con voce piatta, rompendo il silenzio che gravava su di noi. "Spero che tu abbia passato questi dieci minuti a riposarti e a riflettere. Abbiamo molto di cui parlare, e non possiamo permetterci scenate o comportamenti irrazionali. La situazione è complessa, molto più grande di quanto tu possa immaginare."

Feci un passo avanti, piantando i piedi saldamente sul pavimento e incrociando le braccia nello stesso modo di mio fratello, sebbene dentro di me stesse divampando un incendio. La voce mi uscì ferma, tagliente come una lama di rasoio: "Complessa? Voi due che arrivate a sorpresa a Rimini, con buste identiche, segreti da nascondere, e una valigia piena di documenti falsi e denaro nascosta sotto quel letto... La chiamate una situazione complessa? O dovrei chiamarla con il suo nome reale: una truffa colossale?"

Il volto di Marco perse quel velo di superiorità, trasformandosi in una smorfia di puro disappunto. Sbatté le mani lungo i fianchi e sbottò: "Vedi? Te l'avevo detto io che non avrebbe capito nulla, che avrebbe reagito con la solita isteria da brava moglie borghese! È inutile girarci intorno, Bruno. Sapevamo che prima o poi avrebbe iniziato a scavare, ma non pensavamo così in fretta."

"Sta' zitto, Marco!" tuonò Bruno, alzando finalmente la voce e perdendo quel controllo glaciale che aveva cercato di mantenere fino a quel momento. Si voltò verso di me, facendo un passo nella mia direzione con le mani aperte in un gesto di apparente supplica. "Elisa, ascoltami bene. Quello che hai visto, qualunque cosa tu creda di aver scoperto in questi minuti... non è quello che sembra. C'è una ragione per tutto questo. Una ragione che riguarda la sicurezza della nostra famiglia, la protezione di Greta e persino la memoria di tuo padre."

"Non nominare mio padre!" urlai, scattando in piedi e puntandogli il dito contro con tanta forza che il braccio mi tremava. "Mio padre è morto cinque anni fa, Bruno! L'ho visto nella bara, ho partecipato al suo funerale, ho pianto sulla sua tomba! E ora mi ritrovo un suo biglietto scritto la settimana scorsa e una valigia piena di soldi e passaporti falsi intestati a una rete finanziaria internazionale! Volete farmi credere che sia tutto un gioco? O che stiate proteggendo qualcuno?"

In quel preciso istante, la porta del bagno della camera si aprì lentamente con un cigolio sinistro. Dalla penombra umida della stanza da bagno emerse una figura minuta, avvolta in una vestaglia troppo grande, con i capelli bianchi arruffati e lo sguardo stanco ma incredibilmente vivo. Mi bloccai a metà frase, con il fiato strozzato in gola, incapace di emettere alcun suono.

Era lui. Giulio, mio padre. In carne ed ossa, in piedi davanti a me, vivo.