Il Telefono di Mio Padre
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Il Telefono di Mio Padre

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Erano le dieci del mattino quando l'operazione scattò. De Luca aveva ricevuto la conferma definitiva direttamente dal comando generale: l'ordinanza di custodia cautelare urgente era stata firmata dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della procura di Roma, e una squadra speciale della polizia giudiziaria era già in marcia verso Perugia per eseguire gli arresti e perquisire sia il negozio di antiquariato in Corso Vannucci sia la nostra abitazione di famiglia.

"È il momento, Leonardo," mi disse il commissario De Luca posandomi una mano sulla spalla con affetto paterno. "Io ti riaccompagnerò a casa, ma resteremo a distanza di sicurezza in attesa che l'intervento delle teste di cuoio sia completato. Non voglio che tu ti esponga a rischi inutili, ma hai il diritto di essere presente quando quell'uomo pagherà per ciò che ha fatto." Salimmo a bordo della vecchia Alfa Romeo grigia e ci dirigemmo verso il quartiere residenziale dove sorgeva la nostra casa, un'area tranquilla e silenziosa che quella mattina sembrava avvolta in un'atmosfera irreale.

Parcheggiammo a circa due isolati di distanza dalla nostra abitazione, in una posizione defilata da cui potevamo osservare chiaramente l'ingresso principale e il vialetto d'accesso. Dopo pochi minuti, vedemmo arrivare due anonimi furgoni bianchi della polizia giudiziaria seguiti da due autopattuglie con i lampeggianti spenti per non destare sospetti immediati tra i vicini. Gli agenti in borghese, protetti da giubbotti antiproiettile e guidati da un ufficiale superiore in costante contatto radio con De Luca, scesero rapidamente dai mezzi e circondarono l'intero perimetro della casa, bloccando ogni possibile via di fuga.

Il cuore mi batteva all'impazzata mentre osservavo la scena attraverso il finestrino dell'auto. Vidi gli agenti suonare con decisione al citofono principale e, non ricevendo risposta immediata, forzare la porta d'ingresso con un attrezzo idraulico, penetrando all'interno dell'abitazione con mossa rapida e coordinata. Trattenni il respiro, pregando silenziosamente affinché mia madre stesse bene e non si trovasse nel raggio d'azione di una possibile reazione violenta da parte di Tommaso.

Trascorsero pochi minuti che parvero eterni, scanditi solo dal ticchettio della pioggia residua sui tergicristalli dell'auto. Poi, la porta d'ingresso si spalancò nuovamente. Due agenti uscirono nel vialetto tenendo saldamente per le braccia Tommaso, il quale indossava ancora la camicia bianca della sera prima ma aveva i capelli arruffati e un'espressione di furia cieca dipinta sul volto. Urlava insulti e minacce contro gli agenti, protestando a gran voce e rivendicando presunti diritti inesistenti, ma le manette ai polsi bloccarono ogni suo tentativo di divincolarsi. Subito dopo, vidi uscire mia madre accompagnata da una poliziotta donna che la sosteneva amorevolmente per le spalle. Aveva il viso stanco, segnato dalle lacrime e dalla tensione accumulata in mesi di terrore psicologico, ma quando i suoi occhi incrociarono i miei attraverso il finestrino dell'auto di De Luca, un debole e liberatorio accenno di sorriso affiorò finalmente sul suo volto.