Il Telefono di Mio Padre
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Il Telefono di Mio Padre

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Il vento freddo della sera mi investì in pieno volto mentre mi rialzavo a fatica dal selciato bagnato del vicolo nel cuore di Perugia. Avevo il respiro corto, le ginocchia sbucciate e i vestiti inzuppati di fango e umidità sotterranea, ma la mia mente era lucida come non mai. Sapevo che non potevo tornare a casa; Tommaso mi avrebbe aspettato lì, e mia madre era prigioniera in una casa che ormai era diventata una prigione dorata e ostile. Avevo bisogno di aiuto, di qualcuno che avesse l'autorità e il coraggio di agire al di fuori delle influenze corrotte che Tommaso aveva evidentemente coltivato in città.

Ricordai le parole di mio padre riguardo a un vecchio amico fidato, il commissario in pensione De Luca, un uomo d'onore che aveva servito l'Arma per quarant'anni prima di ritirarsi a vita privata proprio a Perugia, e che era stato l'unico a non voltare le spalle alla nostra famiglia quando le prime difficoltà finanziarie erano state inventate a tavolino. Con le mani ancora tremanti per l'adrenalina dell'inseguimento, tirai fuori il telefono sbloccato dalla tasca interna, cercai nella rubrica protetta il contatto salvato sotto il nome di "Vecchio Lupo" e composi il numero con il cuore in gola.

Il telefono squillò a lungo prima che una voce roca e profonda rispondesse dall'altra parte della linea: "Pronto? Chi è a quest'ora?" dissi con voce tremante ma risoluta: "Commissario, sono Leonardo. Il figlio di Marco. Ho bisogno del suo aiuto immediato. Ho le prove di tutto, e Tommaso mi sta inseguito." Dall'altra parte della linea ci fu un istante di silenzio assoluto, rotolato via solo dal fruscio del vento, poi la voce di De Luca si fece all'istante ferma e autoritaria: "Ascoltami bene, ragazzo. Non muoverti da dove sei. Rimani in un luogo pubblico, illuminato. Vengo a prenderti io in dieci minuti. Non riattaccare."

Mi diressi rapidamente verso la vicina Piazza IV Novembre, riparandomi sotto i portici storici vicino alla Fontana Maggiore, dove la pioggia cadeva sottile e il via vai dei rari passanti mi offriva una parvenza di anonimato e protezione. Guardavo continuamente le spalle, temendo di vedere spuntare la figura minacciosa di Tommaso da un angolo all'altro dei vicoli medievali, ma fortunatamente trascorsero pochi minuti prima che una vecchia Alfa Romeo grigia si accostasse lentamente al marciapiede con i fari spenti. La portiera si aprì dall'interno e la voce burbera ma rassicurante del commissario De Luca mi chiamò: "Leonardo, sali in fretta!"

Salii di volata nell'abitacolo dell'auto, sbattendo la portiera e tirando un sospiro di sollievo così profondo che mi girò la testa. De Luca mi guardò con i suoi occhi penetranti dietro le lenti spesse degli occhiali, notando i miei vestiti infangati e le mani sanguinanti. Non fece domande superflue; si limitò a ingranare la marcia e ad allontanarsi rapidamente dalla zona centrale, imboccando strade secondarie e poco frequentate per depistare qualsiasi pedinamento. "Raccontami tutto, ragazzo," disse con calma serafica, appoggiando una mano pesante sulla mia spalla. "Il tuo babbo era un uomo retto, e io non ho mai creduto a quella storia dell'infarto fulminante. Ora tiriamo fuori quello che hai in quello zaino."

Aprii lo zaino e poggiai sul sedile anteriore la valigia di cuoio e il telefono sbloccato, mostrando al commissario l'intero archivio di documenti falsificati, le registrazioni audio e le ricevute bancarie dei conti esteri di Tommaso. De Luca sfogliò i fascicoli con una concentrazione spaventosa, e man mano che leggeva, la sua espressione si faceva sempre più cupa e determinata. "Questo è materiale esplosivo," mormorò il commissario stringendo i pugni sul volante. "Con questi documenti non solo smascheriamo Tommaso, ma facciamo cadere un'intera rete di riciclaggio che opera nell'ombra in Umbria da anni. Ma dobbiamo muoverci con astuzia, perché i suoi contatti arrivano in alto."