Il mattino seguente, la città si risvegliò sotto una cappa di grigiore opprimente. Le strade acciottolate di Perugia erano lucide di umidità e i pochi passanti camminavano frettolosamente con gli ombrelli aperti, avvolti nei cappotti pesanti. Avevo aspettato che Tommaso uscisse di casa per il suo consueto giro d'affari mattutino, diretto come ogni giorno verso il centro storico per sbrigare le sue faccende losche. Dalla mia finestra della mansarda, lo vidi salire sulla sua berlina nera di grossa cilindrata e allontanarsi lungo la discesa, sollevando spruzzi d'acqua dalle pozzanghere. Era il momento di agire.
Scesi furtivamente le scale di legno, facendo attenzione a non fare il minimo rumore per non svegliare mia madre, che probabilmente era ancora chiusa nella sua camera da letto a subire il peso dei suoi pensieri. Uscii nel cortile posteriore, sfruttando un vecchio passaggio secondario che un tempo serviva per il carico delle merci dell'antiquariato. Avevo con me il telefono di mio padre ben custodito nella tasca interna e una piccola torcia tascabile recuperata nel ripostiglio. Le coordinate GPS estratte dalla cartella protetta indicavano un punto preciso situato nei sotterranei storici della città, precisamente nei pressi dell'antico acquedotto medievale, una zona labirintica e poco frequentata dove si intersecavano cunicoli etruschi e cantine secolari.
Raggiunsi l'ingresso secondario dei sotterranei attraverso una botola nascosta tra le fondamenta di un vecchio palazzo abbandonato, un accesso che mio padre conosceva bene essendo stato un esperto di storia locale e di reperti archeologici. L'aria all'interno era fredda, carica di umidità e dell'odore acre della pietra antica bagnata dall'acqua piovana che filtrava lentamente dalle volte superiori. Accesi la torcia, il cui fascio di luce bianca fendette l'oscurità densa, rivelando pareti di tufo scolpite secoli prima e cunicoli stretti che si diramavano in ogni direzione come le venature di una foglia secca.
Consultai lo schermo del telefono per verificare le coordinate esatte. Il segnale Gps era debole, quasi assente tra quelle tonnellate di roccia e terra, ma la mappa digitale interna indicava un percorso ben preciso: trenta passi dritti lungo il corridoio principale, poi una devozione a sinistra in corrispondenza di una nicchia murata che recava l'effigie di un grifone sbiadito. Camminavo con il cuore in gola, attento a ogni minimo fruscio, temendo che qualcun altro potesse essersi introdotto in quel labirinto sotterraneo o che Tommaso avesse in qualche modo anticipato le mie mosse. I miei passi rimbombavano sinistri lungo le pareti di pietra, creando echi lontani che sembravano quasi sussurrare il mio nome.
Arrivato alla nicchia segnalata, mi fermai davanti alla parete di pietra grezza. La mappa digitale indicava che dietro quel blocco di tufo si trovava una piccola intercapedine naturale, utilizzata in passato come rifugio o nascondiglio sicuro. Con le mani protette da un paio di guanti da lavoro trovati nello zaino, iniziai a tastare i blocchi di pietra, cercando un punto di distacco o un meccanismo di apertura nascosto. Le dita mi facevano male per il freddo e per la fatica, ma la determinazione era più forte di qualsiasi dolore fisico. All'improvviso, premendo con decisione su una sporgenza rocciosa che sembrava un falso giunto di malta, sentii un leggero scatto metallico provenire dall'interno della parete.
Un blocco di pietra pesante si spostò lateralmente con un sordo stridore, rivelando un'apertura buia e polverosa. Illuminai l'interno con la torcia, e quello che vidi mi lasciò senza fiato. All'interno della nicchia c'era una vecchia valigia di cuoio scuro, sigillata ermeticamente con nastro impermeabile. La presi tra le mani, sentendo che era pesante, colma di documenti cartacei, registri contabili originali e forse persino di prove tangibili che avrebbero potuto incastrare definitivamente Tommaso e smantellare la sua rete criminale.






