Il Telefono di Mio Padre
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Il Telefono di Mio Padre

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Il fascio di luce della torcia sconosciuta si avvicinava rapidamente, fendendo la nebbia umida dei sotterranei con un movimento inquietante. Trattenevo il respiro, premendo la spiena contro la fredda parete di tufo, cercando di diventare un tutt'uno con la pietra antica. I passi risuonavano pesanti sul pavimento sconnesso, accompagnati da un borbottio basso e minaccioso che mi fece raggelare il sangue. Riconobbi quella voce all'istante, nonostante l'eco amplificata del cunicolo: era la voce di Tommaso.

"So che sei qui dentro, ragazzino," tuonò la voce di Tommaso, carica di un odio sordo e di una rabbia incontrollata che fece tremare le volte di pietra. "Non puoi nasconderti a lungo in questi cunicoli. Pensavi davvero di essere più furbo di me? Ho visto il sistema di sicurezza del telefono disattivarsi da remoto. So che hai scoperto la valigia. Sputa fuori quel materiale e forse ti risparmierò la stessa fine che ho riservato a tuo padre."

Le parole di Tommaso mi caddero addosso come pietre roventi. Dunque sapeva tutto. Aveva monitorato il telefono, si era accorto della violazione della password e mi aveva seguito passo dopo passo in quel labirinto sotterraneo, trasformando la mia missione di giustizia in una trappola mortale. Non c'era tempo per esitare o per pensare a una via d'uscita diplomatica; dovevo correre, sfruttando la mia agilità e la mia profonda conoscenza dei passaggi più stretti che mio padre mi aveva insegnato da bambino, quando esploravamo per gioco le vestigia storiche di Perugia.

Feci un balzo in avanti, accendendo la torcia per un solo istante per orientarmi nell'intersezione dei cunicoli. Dietro di me, un urlo furioso ruppe il silenzio, seguito dal rumore di passi accelerati che si lanciavano all'inseguimento. Tommaso mi aveva visto. Corsi a perdifiato lungo il corridoio principale, schivando le sporgenze rocciose e saltando le pozzanghere d'acqua stagnante, mentre il fascio di luce della sua torcia tagliava l'oscurità alle mie spalle, proiettando la mia ombra deformata sulle pareti etrusche.

Il labirinto si diramava in tre direzioni diverse. A sinistra una discesa ripida verso le antiche cisterne romane, a destra un cunicolo stretto e claustrofobico che conduceva a una vecchia uscita secondaria murata a metà, dritto una galleria cieca. Sceglisi l'istinto, imboccando il cunicolo di destra, quello più stretto e scomodo, sapendo che la corporatura robusta di Tommaso gli avrebbe reso molto difficile seguirmi agilmente in quello spazio angusto. Mi infilai carponi nella fessura, strisciando sulla ghiaia e sulla terra umida, con lo zaino pesante che mi graffiava la schiena e la polvere che mi riempiva la bocca e gli occhi.

Alle mie spalle udii Tommaso imprecare violentemente mentre cercava di infilarsi nello stesso cunicolo, sbattendo contro le pareti di pietra con un rumore sordo. "Maledetto moccioso!" urlava con voce strozzata dalla rabbia e dalla fatica, mentre i suoi tentativi di accelerare l'andatura producevano fruscii furiosi e il rumore metallico di qualcosa che strusciava contro la roccia. Non potevo permettermi di rallentare nemmeno per un secondo. Continuai a strisciare con ogni stilla di energia rimasta in corpo, finché non vidi una debole luce grigiastra filtrare attraverso una fessura in alto, là dove il cunicolo terminava in una grata di ferro arrugginita che dava direttamente sulla superficie della città vecchia, in un vicolo isolato vicino a Piazza IV Novembre.

Con un ultimo sforzo disperato, mi spinsi contro la grata arrugginita, spingendo con le gambe e facendo leva con le mani. Le viti che la fissavano al muro di pietra cedettero di schianto sotto la pressione combinata della ruggine e della mia disperazione. La grata si spalancò, e io crollai fuori, rotolando rovinosamente sulla pavimentazione acciottolata del vicolo, bagnato fradicio dalla pioggia battente ma finalmente all'aperto, con lo zaino ben stretto tra le braccia e le prove della verità saldamente in mio possesso.