Parte 6: La Fuga dai Sicari
Il tempo a mia disposizione si era ridotto a pochi secondi. Afferrai con mossa fulminea il fascicolo in pelle rossa e la chiave d'argento, infilandoli nello zaino che portavo a spalla, mentre il suono metallico della serratura che cedeva riecheggiava chiaramente nella quiete della stanza. Non c'era tempo per cercare un'altra via d'uscita principale; corsi verso la finestra sul retro dello studio, che dava su un angusto cortile interno comunicante con i tetti bassi dei vecchi edifici di Brera.
Spinsi i battenti di legno con tutta la forza che avevo in corpo, arrampicandomi sul davanzale proprio mentre la porta d'ingresso dello studio si spalancava con un tonfo sordo, accompagnata da passi pesanti e voci concitate che parlavano in un sussurro minaccioso. Mi ritrovai a correre sui tegoli scivolosi resi umidi dalla pioggia pomeridiana, con il cuore in gola e il fiato corto che mi bruciava i polmoni.
Sotto di me, la Milano storica si muoveva indifferente, mentre alle mie spalle due figure incappucciate sbucavano dalla finestra dello studio, iniziando a inseguirmi con agilità sorprendente. L'adrenalina pura mi dava una spinta straordinaria: saltai da un cornicione all'altro, schivando antenne televisive e comignoli fumanti, fino a quando non individuai una scala di servizio arrugginita che scendeva lungo la facciata di un palazzo disabitato, portando direttamente in un vicolo cieco ma sicuro.
Scendendo rocambolescamente i gradini di ferro che vibravano sotto il mio peso, atterrai pesantemente sul selciato bagnato di un vicolo stretto, lontano dallo studio ma ancora pericolosamente vicino al cuore del pericolo. Mi accovacciai dietro cassonetti della spazzatura maleodoranti, cercando di regolare il respiro per non farmi localizzare, mentre i passi degli inseguitori si affievolivano in lontananza lungo i tetti.
Estrassi dallo zaino il fascicolo rosso per verificare che fosse intatto: aprendo la prima pagina, illuminata dalla luce fioca di un lampione di via Fiori Chiari, vidi una serie di fotografie in bianco e nero risalenti agli anni Sessanta, accompagnate da documenti ufficiali trafugati e da una lettera autografa firmata da un nome che non avrei mai immaginato di trovare legato alla mia famiglia.






