Il Mistero della Stanza 304
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Il Mistero della Stanza 304

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Parte 4: L'Assalto nella Notte

Spinsi la porta della stanza 304 con una spallata violenta, trovando una scena caotica che mi tolse il respiro. Il letto di mio nonno era stato nuovamente spostato al centro della stanza, circondato da tre medici e dall'infermiera della sera prima, i cui volti erano bagnati di sudore mentre cercavano di rianimare il suo corpo esanime. I monitor emettevano un suono continuo, acuto e straziante, un segnale inequivocabile che la vita stava sfuggendo via da quel corpo martoriato.

Notai subito un dettaglio raccapricciante: la finestra era spalancata, sbattuta violentemente dal vento gelido della notte milanese, e sul vetro esterno, appoggiata dall'esterno come un macabro segnale, c'era l'impronta di una mano insanguinata. Qualcuno era entrato. Qualcuno era salito dal cornicione esterno, arrampicandosi nel cuore della notte per raggiungere la stanza dal parcheggio buio, proprio come lasciava presagire l'ombra solitaria che avevo visto ore prima.

I medici continuavano le manovre di massaggio cardiaco, ma il medico capo, un uomo dai capelli grigi e dallo sguardo esausto, si fermò un istante, scuotendo lentamente la testa con aria rassegnata. Corsi al fianco del letto, ignorando i tentativi di fermarmi del personale sanitario, e presi la mano di mio nonno: era ancora tiepida, ma il suo respiro si era fatto incredibilmente debole, quasi impercettibile.

Proprio in quel momento critico, mentre il caos regnava sovrano nella stanza, le dita di mio nonno fecero uno scatto disperato, stringendo debolmente il mio palmo. Con un ultimo residuo di forza sovrumana, tirò il mio orecchio vicino alle sue labbra esangui. Una sola parola uscì dalla sua bocca, sussurrata come un soffio di vento gelido: "Chiave... studio... cassaforte...

Brera." Subito dopo, i suoi occhi si spalancarono per un'ultima volta, fissando con un'intensità spaventosa il punto esatto in cui la finestra era spalancata sull'oscurità, prima che le linee sui monitor si appiattissero in un unico, interminabile suono continuo. Il medico abbassò lo sguardo sull'orologio, pronunciando la constatazione del decesso con voce professionale e distante. Io rimasi lì, immobile, con il cuore spezzato e la mente in tumulto, consapevole che la morte di mio nonno non era stata un evento naturale, ma l'epilogo di una caccia spietata iniziata molti decenni prima.