parte 7: La corsa verso la vita
Il cuore mi si fermò di nuovo. «Una complicazione? Cosa significa? Stava bene fino a un'ora fa!»
«L'ipotermia ha scatenato un broncospasmo acuto,» spiegò il medico con voce tesa ma professionale. «I suoi polmoni erano già indeboliti dal freddo polare. Abbiamo dovuto trasferirla nel reparto di terapia intensiva pediatrica per stabilizzarla con l'ossigeno. Deve venire immediatamente.»
Non aspettai un secondo di più. Dissi all'ispettore Jansen che dovevo correre in ospedale. Mio padre Henk si alzò di scatto dalla panca.
«Marieke, vengo con te!» disse con voce supplicante. «Ti prego, fammi venire... voglio vedere Sofie!»
Lo guardai per un istante. L'uomo che aveva tirato le tende mentre la nipote congelava ora mi implorava con gli occhi pieni di terrore. Ma le mie bambine non avevano bisogno della sua presenza in quel momento; avevano bisogno di protezione e tranquillità.
«No, papà,» dissi con fermezza. «Rimani qui con la polizia e firma le tue dichiarazioni. Questo è l'unico modo in cui puoi fare qualcosa per Sofie stasera.»
Non aspettai la sua risposta. L'ispettore Jansen ordinò a una pattuglia di scortarmi a sirene spiegate fino all'Amsterdam UMC. Durante il tragitto di venti minuti attraverso le strade innevate e desolate di Amsterdam, le luci blu della polizia balenavano contro i vetri delle case in festa, creando un contrasto spettrale con il dramma che stavo vivendo.
Quando arrivai al reparto di terapia intensiva pediatrica, corsi lungo il corridoio pulito e silenzioso. Trova il medico di guardia ad aspettarmi fuori dalla porta a vetri.
«Come sta?» chiesi, con il fiato corto e le mani tremanti.
«Siamo riusciti a somministrarle i broncodilatatori in tempo,» disse il medico, ponendomi una mano rassicurante sulla spalla. «Il livello di ossigeno nel sangue sta risalendo. È cosciente, ma è spaventata. E continua a chiamare sua sorella Lieke.»
Mi infilai la veste sterile ed me intrai nella stanza. La piccola Sofie era adagiata nel lettino, con una maschera traslucida sul nasino e una serie di sensori applicati al torace. Quando mi vide, i suoi piccolissimi occhi si illuminarono di una gioia pura.
«Mamma...» mormorò dietro la maschera, la voce soffocata.
«Sono qui, amore mio, sono qui,» dissi accovacciandomi accanto al letto e prendendole la manina calda. Le baciai la fronte sudata. «La mamma è qui e non ti lascia più.»
«Dov'è Lieke?» chiese Sofie, guardando verso la porta. «Lieke mi ha portato in braccio... Lieke ha fatto tanta fatica...»
Sentii le lacrime riempirmi di nuovo gli occhi. Una bambina di tre anni che, nonostante la maschera dell'ossigeno e la febbre, pensava alla sorella maggiore che l'aveva salvata.
«Lieke è nell'altra stanza a riposare, tesoro,» le spiegai dolcemente. «È stanca, ma sta bene. Ha fatto un lavoro meraviglioso.»
In quel momento, la porta della stanza si aprì piano. Spinta da un'infermiera su una sedia a rotelle, entrò Lieke. Aveva una coperta pesante sulle spalle e gli occhi ancora segnati dalla stanchezza, ma quando vide la sorellina si sporse in avanti.
«Sofie!» chiamò Lieke.
L'infermiera avvicinò la sedia a rotelle al lettino. Lieke allungò il braccino e prese la mano di Sofie. Le due sorelline si strinsero le dita con una forza incredibile per la loro età.
«Ti ho tenuto forte, Sofie,» disse Lieke, sorridendo attraverso le lacrime. «Te l'avevo detto che la mamma arrivava.»
«Brava Lieke...» sussurrò Sofie, chiudendo gli occhi tranquilla per la prima volta quella notte. Il segnale del monitor del battito cardiaco iniziò a rallentare, stabilizzandosi su un ritmo regolare e sicuro. Il medico mi guardò e annuì con un sorriso: il pericolo peggiore era passato. Il contatto con la sorella aveva fatto più di qualsiasi farmaco.
Lasciai le bambine sotto la custodia attenta delle infermiere e corsi al reparto adiacente dove era ricoverato Thomas.
Quando entrai nella sua stanza, Thomas era seduto sul letto. Non aveva più la maschera dell'ossigeno totale, solo una piccola cannula nasale. Il suo colore di pelle era migliorato notevolmente e nei suoi occhi c'era una luce di viva determinazione.
«Marieke!» disse, tendendo le braccia verso di me.
Mi gettai tra le sue braccia, affondando il viso nel suo petto. Per la prima volta in quella notte interminabile di incubi, mi sentii davvero al sicuro. Gli raccontai tutto: la confessione di mia madre sul mio vero padre, la cospirazione di Julianne con la polizza vita, le dichiarazioni di Henk e il miglioramento delle bambine.
Thomas ascoltò in silenzio, stringendomi forte, accarezzandomi i capelli.
«Quella non è mai stata la tua vera famiglia, Marieke,» mi disse dolcemente all'orecchio. «La tua vera famiglia siamo noi. Io, te, Lieke e Sofie. E da stasera taglieremo ogni singolo filo che ci lega a quel veleno.»
«E le case?» chiesi. «E l'eredità che Julianne voleva rubare?»
Thomas fece un sorriso amaro. «Non mi importa nulla dei loro soldi o della casa di Amstelveen. Ma per quanto riguarda la villa a Zeeland... tua nonna voleva che fosse tua. Ci assicureremo che tuo padre firmi il trasferimento legale a te e alle bambine come risarcimento per quello che ha fatto. Sarà il nostro rifugio. Il posto dove ricominciare.»
Proprio mentre stavamo parlando, la porta della stanza si aprì di nuovo. Era l'ispettore Jansen, accompagnato da un uomo in abito scuro che portava una ventiquattr'ore in pelle.
«Signora van der Meer, signor Thomas,» disse Jansen. «Vi chiedo scusa per l'ora, ma c'è uno sviluppo legale straordinario che dovete conoscere subito. Questo è il dottor Lindeman, il vero notaio di famiglia dei van der Meer, che Julianne aveva tentato di bypassare stasera.»
Il dottor Lindeman fece un passo avanti, aprendo la ventiquattr'ore.
«Buonasera,» disse il notaio con voce grave. «Sono stato contattato dalla polizia mezz'ora fa. Quando ho saputo cosa stava accadendo, sono andato immediatamente nel mio archivio. C'è una cosa che il signor Henk e la signora Karin vi hanno nascosto per cinquant'anni. Un documento depositato da sua nonna materna poco prima di morire... un documento che cambia tutto.»






