Per dodici anni ho fatto la spesa ogni domenica per il mio vicino di ottantaquattro anni. Dopo il suo funerale, il suo avvocato mi consegnò una vecchia valigia malridotta. Quando la aprii, ciò che trovai al suo interno mi fece tremare…
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Per dodici anni ho fatto la spesa ogni domenica per il mio vicino di ottantaquattro anni. Dopo il suo funerale, il suo avvocato mi consegnò una vecchia valigia malridotta. Quando la aprii, ciò che trovai al suo interno mi fece tremare…

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Richard riuscì ad aggrapparsi all'orlo del telaio di ferro della botola con entrambe le mani. Le sue dita nocchiose scivolavano sul metallo bagnato dalla pioggia. Sotto di lui c'era un salto nel vuoto di oltre venti metri fino al piano terra della torre.

«Julian! Aiutami!» gridò, la sua voce deformata dal panico e dall'orgoglio spezzato. «Sono tuo zio! Sono l'unica famiglia che ti è rimasta!»

Rimasi immobile per un istante, a guardare l'uomo che mi aveva ingannato per tutta la vita. Potevo lasciarlo cadere. Potevo girarmi dall'altra parte e permettere che la forza di gravità facesse giustizia per mia madre Clara e per Arthur. Sarebbe stato facile. Sarebbe stato la fine di ogni incubo.

Ma poi ricordai le parole di Arthur durante una delle nostre domeniche pomeriggio, mentre bevevamo il caffè in cucina: "Julian, la vendetta non cancella il dolore. Ti trasforma soltanto nell'immagine di chi ti ha fatto del male."

Mi avvicinai al bordo del buco, mi sdraiai a pancia in giù sul pavimento di ferro e allungai il braccio destro verso di lui.

«Afferra la mia mano!» urlai contro il vento.

Richard mi guardò con un misto di odio e incredulità. Per un secondo esitò, come se accettare l'aiuto del ragazzo che voleva eliminare fosse una sconfitta peggiore della morte. Poi, mentre le sue dita sinistre perdevano la presa sul ferro scivoloso, allungò la mano e mi afferrò il polso con una stretta disperata.

I miei muscoli si contrassero per lo sforzo. Stringendo i denti, tirai verso l'alto con tutte le forze che mi rimanevano, usando la struttura del basamento della lanterna come leva. Lentamente, centimetro dopo centimetro, riuscii a trascinarlo di nuovo sulla piattaforma di ferro.

Richard crollò a terra sul fianco, tossendo e ansimando disperatamente, con il viso bagnato di pioggia e sudore freddo. Era senza fiato, indifeso, deposto da quella superiorità spietata che lo aveva caratterizzato fino a un momento prima.

Non gli diedi il tempo di riprendersi.

Scavalcai la cornice rotta della vetrata posteriore della lanterna. Fuori c'era la stretta balconata circolare esterna del faro, percorsa da una ringhiera in ferro battuto del tutto arrugginita. Il vento mi investì con una violenza inaudita, minacciando di spingermi giù lungo le rocce scoscese.

Scorsi la scala d'emergenza esterna, una serie di pioli di ferro murati direttamente nella parete di pietra del faro, usata un tempo dai guardiani per le manutenzioni della vetrata. Era pericolosa, viscida e sferzata dalle onde che spruzzavano acqua salata fin lassù, ma era l'unica via di fuga rimasta dopo il crollo della scala interna.

Mi infilai la scatola di metallo e la chiavetta USB più in profondità nelle tasche della giacca, mi strinsi la cerniera fino al collo e iniziai la discesa lungo la parete esterna.

Ogni piolo era una scommessa contro la morte. Le mie mani bagnate e intorpidite dal freddo faticavano a mantenere la presa. Sotto di me, l'oscurità del mare era interrotta soltanto dalle schiume bianche delle onde che esplodevano contro gli scogli con un ruggito assordante.

A metà strada verso il basso, sentii un urlo provenire dall'alto.

Guardai in su. Richard era affacciato alla balconata, la figura stagliata contro le nubi temporalesche. I suoi due uomini di scorta, avvertiti dal rumore del crollo, erano usciti dal piano terra e stavano perlustrando la base della torre con potenti torce elettriche.

I fasci di luce bianca tagliarono l'oscurità, muovendosi lungo la parete di pietra finché non mi individuarono.

«È sulla scala esterna! Sparategli!» gridò la voce di Richard dall'alto.

Un boato sordo tagliò il suono del vento. Un proiettile scheggiò la pietra a meno di trenta centimetri dalla mia testa, riempiendomi gli occhi di frammenti di roccia e polvere.

Scivolai volutamente per gli ultimi quattro pioli, lasciandomi cadere per un paio di metri e impattando pesantemente sul terreno fangoso alla base della scogliera. Il dolore alla caviglia destra fu acuto, ma l'adrenalina soffocò la sofferenza.

Mi rialzai zoppicando e corsi verso la fitta macchia mediterranea che circondava il faro. Un altro sparo rimbombò nella notte, ma il proiettile si perse tra i rami degli arbusti.

Entrai nel bosco, facendomi strada al buio tra rovi e rami bassi che mi graffiavano il viso e le mani. Sapevo che non potevo tornare verso la strada principale dove era parcheggiato il loro SUV. Dovevo raggiungere la vecchia stazione ferroviaria dismessa che distava circa tre chilometri attraverso la campagna.

Mentre correvo sotto la pioggia battente, la mano scivolò nella tasca della giacca per toccare la scatola di metallo nero estratta dalla cassaforte.

Sentii una piccola levetta sul fianco della scatola. Con un leggero sforzo, il coperchio scattò.

All'interno, protetta da una busta di plastica sigillata, c'era una cassetta audio a nastro magnetico degli anni Novanta e un lettore portatile con un paio di vecchi auricolari.

Arthur non mi aveva lasciato solo documenti scritti. Mi aveva lasciato la sua viva voce, registrata quando era ancora un uomo forte, pronto a combattere la sua ultima battaglia.