Per dodici anni ho fatto la spesa ogni domenica per il mio vicino di ottantaquattro anni. Dopo il suo funerale, il suo avvocato mi consegnò una vecchia valigia malridotta. Quando la aprii, ciò che trovai al suo interno mi fece tremare…
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Per dodici anni ho fatto la spesa ogni domenica per il mio vicino di ottantaquattro anni. Dopo il suo funerale, il suo avvocato mi consegnò una vecchia valigia malridotta. Quando la aprii, ciò che trovai al suo interno mi fece tremare…

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Il suono del legno che si spaccava rimbombò all'interno della torre di pietra come una scarica di artiglieria. Polvere e calcinacci caddero dal soffitto, finendomi tra i capelli. Non c'era tempo per finire di leggere la nota di Arthur. Afferrai la chiave d'ottone, la piccola torcia e spinsi la valigia sotto un mucchio di vecchie reti da pesca abbandonate nell'angolo più buio del piano terra, sperando che non la trovassero subito.

Cominciai a salire i gradini in ghisa della scala a chiocciola. Ogni scalino emetteva un cigolio metallico che riecheggiava nel vuoto della torre. Salivo al buio, usando la mano sinistra per orientarmi lungo la parete di pietra umida e fredda.

Sotto di me, la porta d'ingresso crollò definitivamente. Sentii il rumore pesante di scarponi che calpestavano i rottami di legno.

«Controllate il piano terra! Se non c'è, è salito in cima!» urlò una voce sgradevole, uno degli uomini di Richard.

«Vado io di persona», rispose la voce fredda di Richard Vance. «Lasciatemi solo con lui. Questa storia deve finire stasera nello stesso posto in cui è incominciata trentacinque anni fa.»

I passi di Richard cominciarono a risalire la scala. Erano passi lenti, ritmici, privi di esitazione. L'uomo che mi aveva cresciuto stava salendo verso di me non come un padre che cerca un dialogo, ma come un predatore che insegue la sua preda.

Continuai a salire freneticamente. I gradini sembravano non finire mai. Più salivo, più il rumore del vento e delle onde che si infrangevano contro la scogliera si faceva forte, penetrando attraverso le strette feritoie della torre. Finalmente, dopo più di cento gradini, la mia testa urtò contro la botola di ferro che dava accesso alla stanza della lanterna.

Spinsi la botola verso l'alto con tutte le mie forze. Si aprì con uno stridore metallico. Mi arrampicai sulla piattaforma superiore e mi richiusi la botola alle spalle, bloccandola con il chiavistello scorrevole.

Mi trovai nella stanza della lanterna. Le enormi vetrate sferiche che un tempo ospitavano la lente di Fresnel erano parzialmente rotte, e il vento della notte entrava liberamente, portando con sé spruzzi di pioggia e sale. Al centro della stanza c'era il basamento di bronzo del vecchio sistema di illuminazione.

Avanzai nell'oscurità usando la piccola torcia a manovella che mi aveva lasciato Arthur. Azionai la leva un paio di volte: un debole fascio di luce giallastra illuminò la parete opposta. Lì, incassata nella pietra grigia, c'era una piccola cassaforte di ferro, arrugginita dal tempo.

Vicino al buco della serratura c'era un'incisione fatte a mano: due lettere intrecciate, A & C. Arthur e Clara.

Inserii la chiave d'ottone con l'impugnatura ad ancora nella serratura. Girò con una certa resistenza, emettendo un suono secco. La porticina di ferro si aprì. All'interno c'era una scatola di metallo nero e una chiavetta USB di concezione moderna.

Mentre allungavo la mano per prendere la scatola, un colpo violento scosse la botola sotto i miei piedi.

«Apri questa porta, Julian!» urlò Richard dall'altra parte. «Non essere sciocco! Pensi davvero che quel vecchio rimbambito di Sterling volesse il tuo bene? Ti ha mentito per tutta la vita!»

«Il solo ad avermi mentito sei tu!» gridai di rimando, cercando di far superare alla mia voce il ruggito del vento. «Ho visto il certificato di nascita! So che sei mio zio, non mio padre! So che hai rubato la vita di mia madre Clara!»

Un momento di silenzio calò dall'altra parte della botola. Poi sentii una risata fredda, priva di qualsiasi traccia di umorismo.

«Clara era mia sorella, ed era un'incapace!» disse Richard con disprezzo. «Si era innamorata di un poveraccio senza arte né parte. Non poteva gestire l'eredità di nostro padre. Quando è morta dandoti alla luce, ho fatto quello che andava fatto per proteggere il patrimonio della nostra famiglia. Ti ho dato una casa, ti ho dato un futuro, ti ho garantito un'istruzione impeccabile! E come mi ripaghi? Ascoltando le frottole di un vecchio servitore moribondo?»

«Arthur mi ha amato di più in dodici anni di domeniche passate insieme di quanto tu abbia mai fatto in tutta la mia vita!» ribattei, infilando la chiavetta USB e la scatola di metallo dentro le tasche della mia giacca.

«L'amore non conta nulla, Julian! Conta solo il controllo!» ruggì Richard.

Un forte rumore di metallo contro metallo indicò che stava usando un leverino per scardinare il chiavistello della botola. La struttura in ghisa cominciò a piegarsi.

Mi guardai intorno disperatamente. La stanza della lanterna era una trappola mortale: non c'erano altre uscite oltre alla botola e alle enormi finestre spezzate che davano sul vuoto. Sotto le finestre, sessanta metri più in basso, le onde scure dell'oceano si infrangevano con violenza contro gli scogli appuntiti.

Fu allora che ricordai le ultime parole della nota di Arthur: "...la lanterna nasconde anche la trappola che ho preparato per lui trent'anni fa. Se Richard entra nel faro, devi..."

Feci scorrere la luce della torcia lungo la base del meccanismo della lanterna. Trovai una grossa leva di ferro dipinta di rosso, ricoperta di ragnatele e ruggine, collegata a un sistema di ingranaggi che scendeva verso le fondamenta del faro.

La botola cedette con uno schianto. La testa e le spalle di Richard Vance emersero dall'apertura. Nella mano destra impugnava una pistola nera.