Il rintocco del campanello risuonò una seconda volta, più lungo e insistente del primo. Rimasi impietrito al centro della cucina, col fiato sospeso e la lettera di Arthur stretta così forte nella mano destra da stropicciarne gli angoli.
«Julian? So che sei in casa. Apri la porta.»
La voce che filtrava attraverso il legno massiccio del portone era inconfondibile. Era profonda, metallica, priva di qualsiasi inflessione emotiva. Era la voce dell'uomo che per trent'anni avevo chiamato "padre", l'uomo che mi aveva insegnato a stringere i nodi delle cravatte, a sparare al bersaglio durante le battute di caccia e ad accettare la disciplina senza mai porre domande. Richard Vance era lì, vivo, vegeto, a pochi metri da me, mentre nella cimitero della città c'era una tomba con il suo nome incise sopra la pietra tombale.
«Julian, non abbiamo tempo da perdere», continuò la voce dall'esterno, accompagnata da un colpo secco tirato contro il legno con nocche anellate. «So che l'avvocato di Sterling ti ha consegnato la valigia. Quell'anziano maledetto ha giocato la sua ultima carta, ma tu non sai in cosa ti stai cacciando. Apri subito.»
L'istinto mi gridava di non muovermi, di rimanere nell'ombra. Chiusi di scatto il coperchio della valigia di cuoio, assicurandomi di non far rumore. Presi la cinghia di pelle consumata e la strinsi nella mano left. Con movimenti lenti e silenziosi, retrocedetti verso il corridoio posteriore che portava alla porta della lavanderia, la quale dava sul retrogiardino.
Sentii un rumore metallico venire dalla serratura della porta principale. Stavano provando a forzarla. Richard non era solo; c'era qualcun altro con lui, qualcuno che sapeva come maneggiare attrezzi da scasso.
Non c'era più tempo per pensare. Scattai verso la lavanderia, aprii con cautela la porta di servizio e mi insinuai nella notte fresca. La pioggia nebulizzata che cadeva da ore mi bagnò immediatamente il viso, aiutandomi a mantenere la concentrazione. Strisciai lungo la siepe che divideva la mia proprietà da quella che era stata la casa di Arthur per dodici anni.
Dietro di me sentii il boato della porta principale che veniva abbattuta con forza.
«Cercatelo! Deve essere ancora qui intorno! Prendete la valigia a tutti i costi!» urlò la voce di Richard, piena di una rabbia fredda che non gli avevo mai sentito esprimere in passato.
Corsi nel buio verso il garage posteriore di Arthur. Sapevo che lì c'era una vecchia bicicletta con le ruote ancora gonfie che usavo a volte per andare a prendergli le medicine in farmacia. Il lucchetto del garage era chiuso, ma conoscevo la combinazione a memoria: la data di nascita di Arthur, che guarda caso coincideva con la data in cui il suo segreto era iniziato.
0-4-1-2.
Il lucchetto scattò con un piccolo clic. Entrai, afferrai la bicicletta e la spinsi fuori dall'altra parte dell'isolato, sfruttando l'ombra degli alberi del parco adiacente. Sentivo i gridi degli uomini di Richard che perquisivano le stanze di casa mia, spaccando mobili e rovesciando scaffali. Avevano capito che non ero lì.
Pedalai come non avevo mai pedalato in vita mia. Il cuore mi martellava nel petto con una violenza tale da farmi male alle costole. La valigia di cuoio era legata con fortuna al portapacchi posteriore, ma a ogni buca della strada asfaltata temevo potesse cadere.
La pioggia andava intensificandosi, trasformando le strade della città in specchi scuri dove si riflettevano i luci gialle dei lampioni. Non potevo andare nei luoghi che frequentavo di solito. Non potevo andare dalla polizia: se Richard era stato in grado di simulare la propria morte e di far alterare certificati di nascita ufficiali trentacinque anni fa, chi mi garantiva che non avesse appoggi all'interno delle forze dell'ordine?
Avevo un solo obiettivo: il vecchio faro abbandonato sulla costa.
Il faro si trovava a circa sei chilometri fuori città, arroccato su una scogliera a picco sul mare flagellato dal vento. Era dismesso dagli anni Settanta, un gigante di pietra grigia rodato dal sale e dalle tempeste. Perché Arthur mi aveva detto di andare lì? Che cosa nascondeva quel luogo nella memoria della mia vera famiglia?
Mentre la strada asfaltata lasciava il posto a un sentiero sterrato e pieno di fango che saliva verso la promontorio, scorsi nello specchietto retrovisore della bicicletta due luci abbaglianti che tagliarono l'oscurità della notte.
Un SUV nero stava salendo lungo la stessa strada sterrata, accelerando ad ogni metro.
Mi avevano trovato.
Aumentai la frequenza delle pedalate, sentendo i muscoli delle gambe bruciare per lo sforzo. Il vento marino soffiava forte, spingendo pioggia e salsedine contro i miei occhi. La sagoma oscura del faro si stagliava contro il cielo cupo, illuminata di tanto in tanto dai lampi di un temporale in arrivo.
Raggiunsi il piazzale antistante la struttura di pietra. Abbandonai la bicicletta a terra, sganciai la valigia e corsi verso il portone di legno marcito del faro. Spinsi con tutto il peso del mio corpo. La porta cedette con un gemito stridente, permettendomi di scivolare all'interno un istante prima che i fari del SUV illuminassero a giorno il piazzale esterno.
Infilai il catenaccio di ferro interno della porta. Non avrebbe tenuto a lungo, ma mi avrebbe guadagnato qualche minuto.
L'interno del faro puzzava di muffa, alghe secche e ruggine. L'unica via d'uscita era una scala a chiocciola in ghisa che saliva verso la cima, sparendo nell'oscurità totale.
Mi sedetti sui primi scalini, col fiatone, estraendo dalla valigia l'involto avvolto nel panno scuro che Arthur mi aveva detto di non aprire in casa. Le mie mani tremavano a causa del freddo e dell'adrenalina. Svolsi lentamente il tessuto grezzo.
All'interno non c'erano gioielli o documenti legali.
C'era una chiave d'ottone finemente lavorata, con l'impugnatura a forma di ancora, e una piccola torcia tascabile a manovella. Ma insieme alla chiave c'era un pezzetto di carta scritto di recente, poche ore prima che Arthur morisse.
"La chiave apre la cassaforte nella stanza della lanterna in cima al faro. Lì troverai la prova finale dei crimini di Richard e la chiavetta USB con il trasferimento dell'intero patrimonio di tua madre Clara. Ma fai attenzione, Julian: la lanterna nasconde anche la trappola che ho preparato per lui trent'anni fa. Se Richard entra nel faro, devi..."
Un colpo tremendo abbatté la parte superiore del portone d'ingresso. Il legno marcito cominciò a cedere sotto i colpi di una mazza da ferro.






