L'interno dell'elicottero militare sembrava una sala operatoria ad alta tecnologia. Le luci a LED bianche illuminavano il viso stanco del medico capo, che lavorava con una precisione chirurgica per somministrarmi liquidi e farmaci per bloccare le contrazioni uterine.
«Resista, signora Vance,» mi diceva, tenendomi d'occhio i parametri vitali sul monitor. «Siamo a tre minuti dall'Ospedale Militare Walter Reed. L'équipe chirurgica è già in posizione.»
Sentivo il freddo delle sacche di plasma che entravano nelle mie vene, ma il dolore acuto al ventre cominciava lentamente ad attenuarsi sotto l'effetto dei sedativi. La mia mente, tuttavia, era fissa su un unico pensiero: il mio bambino. Il piccolo ragazzo che per mesi avevo cercato di proteggere dall'ambiente tossico e violento in cui Carter mi aveva reclusa.
Quando l'elicottero toccò il suolo sulla piazzola d'atterraggio del Walter Reed a Bethesda, la porta si aprì rivelando un piccolo esercito di medici, infermieri e guardie di sicurezza armate. Venni spinta a tutta velocità lungo i corridoi specchiati dell'ospedale, fino a una sala operatoria blindata al piano riservato agli alti funzionari governativi.
Mio padre era accanto a me, tenendo la mia mano fino al limite della zona sterile.
«Papà... non lasciarlo fare a Carter... non fargli avvicinare il mio bambino...» sussurrai prima che le anestesie facessero effetto.
«Nessuno toccherà mai più te o mio nipote, Elena. Te lo giuro sulla mia vita,» rispose mio padre con voce ferma.
Poi il buio mi avvolse.
Quando riaprii gli occhi, il silenzio era assoluto. Non c'erano le grida di Carter, non c'era il rumore della TV a volume altissimo con cui sua madre mi torturava ogni sera. C'era soltanto il bip regolare ed emolliente di un cardiofrequenzimetro.
Mi trovavo in una suite d'ospedale privata, immensa, con grandi vetrate che davano sul parco circostante. Accanto al mio letto c'era una culla termica in plexiglas.
Feci per muovermi, ma un dolore alla ferita dell'operazione mi fece tirare un piccolo sospiro.
Immediatamente, una figura si alzò dalla poltrona nell'angolo della stanza. Non era mio padre, ma un uomo sulla trentina, alto, con una divisa da ufficiale della Marina e lo sguardo vigile di chi è abituato a scenari di guerra.
«Si fermi, non si sforzi,» disse con voce calda ma perentoria, avvicinandosi. «Ha subito un cesareo d'emergenza. Il taglio è fresco.»
«Il... il mio bambino?» chiedesti con la gola secca.
L'ufficiale sorrise lievemente e indicò la culla termica. «È un maschietto. Pesa poco più di due chili, ma è un vero combattente. I medici dicono che è fuori pericolo. Sta solo riposando.»
Una lacrima di puro sollievo mi rigò il volto. Allungai una mano verso la culla e sfiorai il piccolo vetro. Era vivo. Era salvo.
«Io sono il Capitano di Corvetta Lucas Miller,» si presentò l'uomo, facendo un leggero inchino. «Sono stato incaricato dal Segretario Vance di garantire la sua sicurezza personale e quella di suo figlio. Nessuno passerà questa porta senza il mio permesso. Nemmeno il Presidente degli Stati Uniti.»
«Mio padre... dov'è?»
«Il Segretario Vance si trova a Washington,» rispose il Capitano Miller, e nei suoi occhi balenò una luce fredda. «Sta sistemando le cose. Ha convocato una riunione straordinaria con i vertici del Dipartimento di Giustizia, la Commissione Etica dell'Ordine degli Avvocati e l'Ufficio del Procuratore Generale. A quest'ora, il signor Carter e sua madre stanno cominciando a capire la reale portata del loro errore.»
Miller estrasse da una tasca un piccolo tablet e me lo sporse. «Se si sente abbastanza forte, il Segretario mi ha chiesto di mostrarle questo.»
Sullo schermo del tablet c'era la diretta di un canale di notizie locali di Washington D.C. Sul nastro scorrevole in basso si leggeva una scritta a caratteri cubitali: MAMMOUTH SCANDALO NELLA PROCURA DI ALEXANDRIA: ARRESTI E INDAGINI PER CORRUZIONE E ABUSI.
Inquadrato al centro dello schermo c'era un edificio federale. Diversi agenti dell'FBI stavano scortando fuori un uomo anziano in abito grigio, ammanettato: era lo zio di Carter, il famigerato vice-procuratore che Carter usava sempre per minacciarmi e zittirmi.
«Suo zio era il suo scudo,» spiegò Miller con calma. «Il Segretario Vance ha fatto analizzare tutti i casi trattati da quell'uomo negli ultimi dieci anni. Hanno trovato prove di corruzione, insabbiamenti e favoritismo sistematico entro quattro ore dall'inizio delle indagini.»
Guardai lo schermo con il cuore che batteva forte. Ilcastello di carte su cui Carter aveva costruito la sua spavalderia stava crollando a picco prima ancora che sorgesse il sole.
Ma sapevo che Carter non si sarebbe arreso così facilmente. Era un uomo narcisista, abituato a manipulationi e cavilli legali.
Infatti, un secondo dopo, il telefono fisso sulla scrivania del Capitano Miller squillò. Miller rispose, ascoltò per pochi secondi e la sua espressione si indurì.
«Capisco,» disse Miller. Poi riagganciò e si rivolse a me. «Il signor Carter si trova nell'atrio principale dell'ospedale con due avvocati. Pretende di vederti, sostenendo che stai tenendo in ostaggio suo figlio e che intende chiedere la custodia esclusiva per abbandono del tetto coniugale.»
Un brivido di terrore mi attraversò la schiena. La forza di quell'uomo di presentarsi fin qui era inconcepibile.
«Non lasciare che s'avvicini...» supplicai.
Lucas Miller si sistemò il berretto della Marina, si chiuse il colletto della divisa e mi guardò con un sorriso rassicurante. «Non si preoccupi, signora Vance. Il Segretario mi ha dato istruzioni molto precise su come gestire le visite indesiderate. Resti qui con suo figlio. Vado ad accoglierlo personalmente.»
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