IL SEGRETO DELLA SCATOLA DI LEGNO
News Story

IL SEGRETO DELLA SCATOLA DI LEGNO

8 visualizzazioni

La minaccia lanciata da Marc attraverso la frequenza radio della polizia si espanse nella stanza interrogatori come un gas tossico. La sua capacità di infiltrarsi perfino all'interno del quartier generale della polizia dimostrava quanto profonda e ramificata fosse la sua rete di complicità. Il cortocircuito e il falso allarme al piano terra erano stati organizzati per creare il caos e impedirci di reagire in modo coordinato.

"Ispettrice! Devo chiamare l'ospedale!" urlai, scattando in piedi e afferrando il braccio dell'ispettrice Claes.

L'ufficiale stava già digitando freneticamente sul suo cellulare di servizio. "Ospedale Saint-Michel? Qui ispettrice Claes della Polizia Federale. Avete una minaccia bomba al reparto rianimazione! Evacuate immediatamente la stanza di Karel Van de Broek!"

Dall'altro capo del telefono rispose la voce agitata del medico di turno: "Ispettrice! Abbiamo appena intercettato un falso tecnico della manutenzione nel corridoio dei macchinari dell'ossigeno! Ha lasciato una valigetta vicino alle condutture primarie!"

"Evacuate la struttura! Mandiamo la squadra artificieri adesso!" urlò la Claes. Poi si rivolse a noi, lo sguardo teso. "Voi due rimanete qui sotto la scorta dei miei agenti. Io vado all'ospedale."

"No!" intervenne Tom con una determinazione che non gli avevo mai visto prima. "Ispettrice, Marc vuole la chiave ad Anversa. Sta usando la minaccia all'ospedale solo per diversificare le vostre forze e costringerci a muoverci da soli. Se non ci presentiamo ad Anversa entro l'alba, farà esplodere la bomba indipendentemente dalle vostre evacuazioni."

"Non posso permettervi di fare da esca per un criminale spietato," replicò l'ispettrice con fermezza.

"È la mia vita che ha distrutto per vent'anni!" rintuzzò Tom, avvicinandosi all'ufficiale. "So come ragiona. Conosco la sua arroganza. Pensa di avere ancora il totale controllo su di noi. Se la polizia si presenta alla Banca di Anversa con sirene e blocchi stradali, lui sparirà per sempre e farà detonare quell'ordigno da remoto."

Mi avvicinai a mio figlio, mettendogli una mano sulla spalla. "Tom ha ragione, ispettrice. Lasciate che andiamo ad Anversa. Voi mandate gli artificieri all'ospedale per salvare Karel e seguiteci a distanza di sicurezza con vetture civili. È l'unica possibilità che abbiamo per incastrarlo definitivamente e fermare il suo massacro."

L'ispettrice Claes esitò per tre lunghi secondi, soppesando i rischi procedurali contro la vita delle persone coinvolte. Infine, trasse un profondo sospiro e tirò fuori da un cassetto due piccoli dispositivi di localizzazione GPS al millimetro.

"Mettetevi questi nelle scarpe," disse severamente. "Io coordinerò la squadra artificieri a Saint-Michel e vi seguirò con una squadra in borghese tre chilometri indietro. Se Marc capisce che siete seguiti da vicino, ucciderà tutti. Ma se provate a fare gli eroi da soli, vi arresto prima ancora che arriviate a destinazione."

Prendo la chiave numero 408 e il taccuino mastro dalla piastra di rame della scatola, infilandoli nella tasca interna della mia giacca. La scatola rimase sul tavolo della centrale, muta testimone della nostra tragedia, mentre io e Tom uscivamo dal retro dell'edificio della polizia scortati da due agenti in borghese che ci fornirono un'auto civile non contrassegnata.

L'autostrada A12 in direzione di Anversa era deserta, avvolta in una nebbia fitta e fredda che scendeva dal Mare del Nord. Tom guidava con le mani strette sul volante, le nocche bianche per la tensione. Dagli specchietti retrovisori vedevo solo l'oscurità della notte che sfumava verso il grigio dell'alba imminente.

"Mama," disse Tom senza distogliere lo sguardo dalla strada. "Pensi che Karel... pensi che mio padre ce la farà?"

"Tuo padre è sopravvissuto a vent'anni di inferno per poterti riabbracciare, Tom," risposi, allungando una mano per accarezzargli i capelli. "È un uomo forte. Devi crederci."

"Tutti questi anni..." mormorò lui, le lacrime che scorrevano silenziose sul suo viso. "Ogni volta che mi chiudeva in quella stanza in Svizzera, ogni volta che mi diceva che tu avevi preso i suoi soldi ed eri andata in vacanza nei Tropici... io mi odiavo per aver desiderato di tornare da te. Ho bruciato la mia giovinezza nel rancore verso l'unica persona che mi amava davvero."

"Il rancore non era tuo, Tom," dissi dolce. "Era il veleno che Marc ti versava nell'anima. Ma stasera il veleno finisce."

Alle 5:45 del mattino, le guglie della Cattedrale di Anversa e i profili dei grattacieli finanziari emersero dalla nebbia mattutina. La città dormiva ancora sotto la luce fioca dei lampioni stradali. Ci addentrammo nel quartiere dei diamanti, fermando l'auto a pochi metri dal colossale edificio in pietra grigia della Banque d'Anvers.

L'imponente portone di bronzo dell'istituto di credito era socchiuso. Un filo di luce calda filtrava dall'interno dell'atrio deserto.

Tom spense il motore. Guardammo il display del cellulare: mancavano dieci minuti all'ora fissata da Marc.

Un messaggio arrivò sullo schermo: Entrate da soli nell'atrio principale. Portate la chiave e il registro. Un solo passo della polizia e l'ospedale salta.