Il boato dell'esplosione mi scagliò all'indietro sul cemento umido. La scatola di legno schizzò dalla mia presa, ruzzolando per qualche metro prima di fermarsi a ridosso delle fiamme che stavano rapidamente divorando il portone d'ingresso. Il fumo denso e acido di plastica bruciata e polvere da sparo mi riempì i polmoni, scatenando una tosse violenta che mi lasciò quasi senza fiato.
Con la vista annebbiata dal fumo, scorsi Karel che si lanciava verso uno dei tirapiedi di Marc, affrontandolo a mani nude per disarmarlo. I colpi di pistola vennero soffocati dal crepitio crescente dell'incendio che avanzava rapido sulle vecchie strutture di legno e isolante sintetico dell'edificio. Marc, protetto dall'altro uomo armato, stava indietreggiando verso il cancello esterno, ma il suo sguardo era ancora fisso sulla scatola di legno caduta a terra.
"I documenti!" urlò Marc al suo uomo. "Prendi quella maledetta scatola!"
Non pensai al pericolo. Non pensai alle armi, alle fiamme o alla mia età avanzata. Mi lanciai in avanti gattonando sul cemento rovente, ignorando il calore straziante che mi bruciava le mani. Le mie dita si serrarono sul bordo in ottone della scatola proprio mentre l'uomo di Marc allungava uno scarpone per schiacciarmi la mano.
Con un gesto dettato dalla disperazione puro, afferrai un pezzo di mattone spezzato da terra e lo scagliai con quanta forza avevo in corpo contro la caviglia dell'uomo. L'individuo gridò dal dolore, perdendo l'equilibrio e cadendo all'indietro nella nube di fumo.
"Anouk! Sali le scale antincendio sul retro!" gridò la voce di Karel da qualche parte tra le fiamme. Lo scorsi mentre lottava con ferocia, tenendo occupati gli aggressori per offrirmi una via di fuga. "Salva Tom! L'edificio sta per crollare!"
Abbracciai la scatola, alzai la testa verso la finestra del primo piano e corsi a perdifiato verso la parte posteriore della fabbrica dismessa. Il fumo mi accecava, le lacrime mi bruciavano gli occhi, ma l'immagine di mio figlio dietro quelle sbarre era l'unica bussola che guidava i miei passi. Trovai una porta di servizio arrugginata, divelta a metà dal calore dell'esplosione, ed entrai nel corridoio interno.
All'interno, l'aria era un muro d'aria calda e tossica. I muri di mattoni scricchiolavano sotto la pressione del fuoco che saliva dal seminterrato. Salii i gradini di ferro della scala di emergenza due a due, con il cuore che minacciava di esplodermi nel petto. Ad ogni passo, le forze mi abbandonavano, ma le parole scritte nelle lettere di Tom — Lieve mama, ik mis je zo... — rimbombavano nella mia mente come un imperativo categorico.
Raggiunsi il primo piano. Il corridoio era invaso da una nebbia grigia. Lungo le pareti si aprivano vecchi uffici vuoti con le porte sgangherate.
"Tom!" urlai con quanta voce mi rimaneva. "Tom! Sono io! Sono tua madre!"
"Mama?!" una voce roca rispose dall'estremità del corridoio. "Mama, sono qui! La porta è chiusa a chiave!"
Corsi verso la fonte della voce. In fondo al corridoio c'era una pesante porta di legno rinforzata con barre d'acciaio. Attraverso la piccola grata della porta vidi il viso di Tom. Vent'anni di separazione si sciolsero in un istante. Non era più il bambino della fotografia, ma un uomo segnato dalla sofferenza, con gli occhi scavati e la barba incolta, ma il suo sguardo portava ancora la stessa identica luce dell'innocenza che avevo amato più di me stessa.
"Tom... o mio Dio, Tom!" piansi, appoggiando le mani contro le sbarre della grata.
"Mama... mi dispiace... credevo alle sue parole... pensavo che tu mi avessi venduto..." disse lui, con le lacrime che gli scavavano solchi puliti sul viso coperto di fuliggine.
"Non è mai stato vero! Ti ho cercato ogni giorno della mia vita!" gridai. "Devo tirarti fuori di qui!"
Afferrai un tubo di ferro pesante che giaceva a terra e tentai di fare leva sulla serratura della porta, ma la struttura era troppo solida. Il calore alle nostre spalle stava diventando insopportabile; il pavimento sotto i nostri piedi cominciava a vibrare sinistramente. Le fiamme stavano divorando la tromba delle scale attraverso cui ero salita.
Improvvisamente, dalla nebbia di fumo alle mie spalle, emerse una sagoma scura. Non era Karel. Era Marc, con il viso macchiato di fuliggine, i vestiti strappati e una pistola puntata dritto contro la mia testa.
"Fine della recita, Anouk," disse Marc, il tono di voce privo di qualsiasi umanità. "Avresti dovuto rimanere ad Hasselt a piangere le tue illusioni."






