La notte calò sui Quartieri Spagnoli come una cappa di piombo. Nel nostro piccolo appartamento non si sentiva volare una mosca, ma la tensione si poteva tagliare con il coltello. Marco se ne era andato dopo aver lanciato il suo ultimatum, lasciandoci un biglietto da visita con l'indirizzo di un lussuoso hotel sul lungomare di Napoli e un avvertimento agghiacciante: «Avete ventiquattro ore per decidere se firmare spontaneamente o se passare il resto della vostra vita in tribunale a difendervi da accuse penali». I gemelli erano chiusi nella loro camera da letto. Non avevano scambiato una sola parola con me da quando Marco era uscito. Io sedevo in cucina, davanti al tavolo di legno consumato dagli anni, con le mani immerse in una bacinella d'acqua tiepida, cercando disperatamente di trovare un briciolo di calma e lucidità. Ma la mente mi ronzava impazzita. Avevo paura di aver perso il loro amore, di aver fallito come figura genitoriale perché non ero stata capace di dare loro una vita agiata, perché avevo taciuto la verità sulla nostra famiglia. Intorno a mezzanotte, udii un leggero scricchiolio provenire dal corridoio. Alzai la testa. La porta della camera dei ragazzi era socchiusa. Mi alzai silenziosamente, camminando in punta di piedi sul pavimento di linoleum freddo, e sbirciai all'interno. La stanza era vuota. Il letto di Luca era disfatto, quello di Elia pure. Sulla scrivania, sotto una lampada da studio accesa, c'era un foglietto di carta con una grafia frettolosa. Il cuore mi saltò in gola. Corsi ad afferrare il foglio e lessi poche righe che mi gelerono il sangue nelle vene: «Zia, perdonaci. Dobbiamo andare a parlare con lui. Vogliamo guardarlo negli occhi e capire fino a che punto arriva la sua avidità. Non vogliamo che tu rovini la tua vita per colpa nostra. Torneremo presto». Un urlo strozzato mi uscì dalla gola. Erano corsi all'hotel sul lungomare, dritti nella tana del lupo, a consegnarsi mani e piedi al loro spietato carnefice biologico.

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