Marco mi guardò dall'alto in basso con un ghigno sottile stampato sulle labbra. Non c'era traccia di rimorso o vergogna nel suo sguardo, solo una fredda calcolosità mista a una sicurezza fastidiosa. «Ciao, sorella mia», disse con voce melliflua, facendosi avanti senza neanche aspettare il mio invito, quasi fosse ancora il padrone di quella casa che non aveva mai abitato. Feci un passo indietro per bloccare l'accesso, ma lui era già entrato, guardandosi intorno con aria di sufficienza, come a disprezzare la povertà di quell'ambiente che ci aveva protetto per vent'anni. «Cosa ci fai qui? Come hai osato farti vivo dopo tutto questo tempo?», esclamai, cercando di tenere la voce bassa per non spaventare i ragazzi che si erano avvicinati allegramente dal corridoio. In quel momento, Luca ed Elia sbucarono nella stanza, fermandosi di scatto quando videro un estraneo ben vestito in piedi nel nostro salotto. «Chi è questo signore, zia?», chiese Luca, guardando prima me e poi l'uomo con un'espressione confusa. Marco sorrise, un sorriso che non arrivava mai agli occhi, e fece un passo verso di loro, aprendo le braccia come un padre amorevole che ritrova i figli dopo una lunga assenza. «Sono io, ragazzi. Sono vostro padre», disse con tono teatrale. La stanza piombò in un silenzio di tomba. I gemelli rimasero pietrificati, incapaci di elaborare quelle parole. Per loro, l'idea di un padre era sempre stata un'ombra lontana, una figura inesistente che avevo cercato di rimpiazzare con ogni mio singolo respiro. Vidi lo smarrimento dipingersi sui loro volti, seguito immediatamente da un'ondata di incredulità e rabbia sorda. Elia fece un passo indietro, stringendo i pugni, mentre Luca fissava l'uomo con un misto di repulsione e curiosità morbosa. «Mio padre? Ma tu sei morto vent'anni fa, nei nostri pensieri», ringhiò Elia, la voce che tremava per la tensione. Marco non si scompose minimamente; anzi, estrasse dalla tasca della sua giacca griffata il pezzo di carta sgualcito e lo sventolò leggermente davanti ai loro occhi, come una prova inconfutabile in un'aula di tribunale. «La verità, cari miei figli, è che la vostra cara zia vi ha nascosto la realtà dei fatti per tutta la vita. E ora è arrivato il momento di riscuotere ciò che mi spetta.»

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