La voce di Jasper dall'altra parte della linea era completamente distrutta, priva di quell'arroganza tagliente che lo aveva contraddistinto per anni. Sembrava la voce di un uomo spezzato, terrorizzato e sull'orlo di una crisi di nervi.
«Hailey... Hailey, ti prego, rispondimi...» balbettava lui, con il respiro affannoso e interrotto da singhiozzi strozzati. «Devi aiutarmi. Ti prego, dimmi che è uno scherzo. Qualcuno ha bloccato tutti i conti della NexusTech. Ci hanno cacciato dagli uffici, le carte di credito sono bloccate, mia madre sta avendo una crisi isterica e... e non so nemmeno dove sbattere la testa. I nostri avvocati dicono che i fondi sono stati ritirati da una holding misteriosa, ma... ma tu sai qualcosa, vero? Tu hai fatto una telefonata ieri sull'autobus...»
Feci un piccolo respiro, mantenendo la voce perfettamente calma, limpida e fredda come il ghiaccio.
«Sì, Jasper, ho fatto una telefonata», risposi piano, guardando Toby che dormiva tranquillo nella sua culla. «Ho chiamato mio padre.»
Dall'altra parte della linea calò un silenzio tombale, così profondo che si sentiva soltanto il rumore del suo respiro pesante e irregolare. Passarono diversi secondi prima che lui riuscisse a emettere un suono comprensibile.
«Tuo... tuo padre?» ripeté Jasper con un tono di voce sottile, quasi infantile, come se stesse cercando di elaborare un concetto del tutto impossibile per la sua mente annebbiata dal panico. «Ma... ma tuo padre è un imprenditore in pensione proprietario di una modesta impresa edile... me lo hai detto tu!»
Emisi un piccolo sospiro amaro. «Non ti ho mai mentito, Jasper. Ti ho semplicemente lasciato credere quello che volevi credere, perché ero curiosa di vedere se ti fossi innamorato di me o soltanto del riflesso delle tue ambizioni. E la risposta, purtroppo, l'ho avuta molto chiaramente quando mi hai dato quelle poche banconote per l'autobus fuori dall'ospedale, cinque giorni dopo il mio cesareo.»
«Hailey, io... io non sapevo...» cercò di balbettare lui, disperato, cercando di arrampicarsi sugli specchi. «Ero stressato per il lavoro, ero sotto pressione per gli investitori... ti gioco che non volevo... ti amo, Hailey! Ti prego, torna a casa! Parla con tuo padre, fagli rimettere a posto le cose! Siamo una famiglia ora, abbiamo un bambino...!»
«Una famiglia?» lo interruppi io, e la mia voce divenne improvvisamente tagliente come una lama di rasoio. «Quando mi hai mandata via dall'ospedale con un neonato in braccio e la ferita aperta sull'addome, hai deciso esattamente che tipo di famiglia volevi essere. E ora ne stai pagando le conseguenze.»
«Ma chi è tuo padre?!» urlò Jasper in un ultimo rigurgito di isteria disperata. «Chi diavolo è tuo padre?!»
«Il mio nome completo è Hailey Robertson», risposi con calma glaciale. «E mio padre è Finnley Robertson, il fondatore e proprietario della Robertson Global Corp. Quella stessa società che ha finanziato ogni singolo centesimo della tua preziosa startup.»
Il telefono rimase in silenzio per un tempo interminabile. Poi, dall'altoparlante, si udì chiaramente il tonfo sordo di un oggetto pesante che cadeva a terra, seguito da un rantolo soffocato. Jasper era appena svenuto nel bel mezzo del suo ufficio deserto.






