Il termometro segnava pochi gradi sopra lo zero quando Lucas e io ci muovemmo furtivi nell'ombra, avvolti in giacche scure per fonderci con la notte. Il complesso industriale dei Vance sembrava una fortezza addormentata, ma sapevamo che il pericolo era dietro ogni angolo. Seguendo il piano, ci avvicinammo al magazzino posteriore, vicino alle chiuse del fiume, dove il rumore dell'acqua che scorreva copriva ogni nostro passo.
Lucas estrasse un piccolo piede di porco dalla sua sacca e, con una precisione sorprendente per la tensione del momento, fece leva sulla vecchia porta di legno marcio del magazzino. Con un debole scricchiolio, la porta cedette, aprendo un varco buio e polveroso all'interno dell'edificio. Entrammo rapidamente, chiudendoci la porta alle spalle e accendendo due piccole torce tascase.
L'odore di segatura vecchia e metallo arrugginito ci investì immediatamente. Ci muovemmo in silenzio tra pile di pallet vuoti e macchinari dismessi, seguendo il corridoio che portava al settore amministrativo. Ogni rumore — il gocciolamento di un tubo, il fruscio del vento contro le lamiere — ci faceva sobbalzare il cuore in gola.
Arrivati alla fine del corridoio, ci trovammo di fronte alla pesante porta tagliafuoco che conduceva agli uffici privati di Marcus Vance. Fortunatamente, come Lucas aveva previsto, la serratura elettronica era disattivata a causa di un guasto temporaneo alla rete elettrica della fabbrica. Spingemmo la porta ed entrammo nell'ufficio del magnate.
L'ambiente era sfarzoso: grandi librerie in mogano, una scrivania in pelle nera e un enorme dipinto a olio che ritraeva Marcus Vance con un'aria altezzosa. Senza perdere un solo secondo, ci dirigemmo verso la parete di fondo, nascosta dietro una pesante tenda di velluto bordeaux. Lì, incassata nel muro di cemento armato, c'era la cassaforte blindata.
— Tocca a te, Lucas — sussurrai, stringendogli il braccio per incoraggiarlo.
Il ragazzo respirò a fondo, chiuse gli occhi per un secondo, ricordando la combinazione che aveva sentito pronunciare da suo zio in un momento di distrazione mesi prima: la data di nascita del primogenito esiliato, combinata con il numero civico della vecchia villa di famiglia. Inserì i numeri sulla tastiera digitale illuminata da una luce bluastra.
BIP. BIP. BIP. CLICK.
Il pesante portello di acciaio si aprì con uno scatto secco, rivelando all'interno mazzi di chiavi, sacchetti di contanti e, soprattutto, una pila di fascicoli cartacei legati con nastri rossi. Li afferrai avidamente, aprendo la prima cartella. C'erano i documenti ufficiali dell'adozione segreta di Thomas, i certificati di nascita contraffatti e i bonifici bancari con cui Marcus Vance aveva pagato il silenzio della preside Miller e della maestra Bianchi. Le prove che stavamo cercando erano tutte lì, nero su bianco.
Improvvisamente, un fascio di luce accecante squarciò il buio dell'ufficio, provenendo dalla porta d'ingresso che avevamo appena socchiuso.
— Chi c'è là dentro?! Fermatevi o sparo! — tuonò una voce roca e minacciosa.
Una delle guardie giurate aveva scoperto il nostro ingresso. Il tempo si fermò per una frazione di secondo.






