Parte 6: La resa dei conti nei capannoni abbandonati
Il fascio di luce dei miei fari immaginari — la torcia dello smartphone puntata dritta negli occhi di Marco — lo accecò per un istante, costringendolo a sollevare una mano per ripararsi il viso. Mio fratello, approfittando di quell'attimo di distrazione e della presa allentata dell'uomo, gli morse con forza la mano guantata. Marco urlò di dolore, mollò la presa e il bambino corse immediatamente verso di me, rifugiandosi dietro le mie gambe e stringendosi alla mia giacca con tutta la forza che aveva in corpo. «Brutta mocciosa insolente!» imprecò Marco, estraendo dalla tasca interna del giubbotto un oggetto metallico che rifletté la luce fioca dei lampioni distanti.
Non era un'arma da fuoco, ma un pesante tirapugni di ferro. Avanzò verso di noi con passi pesanti, calpestando la ghiaia bagnata. «Vi avvertito di stare zitti. Adesso mi date quel telefono e salite sul furgone, o le cose finiranno malissimo per entrambi.» Il mio cuore batteva all'impazzata, ogni secondo sembrava durare un'eternità. Sapevo di non avere alcuna possibilità di scontro fisico contro un uomo adulto e violento, ma sapevo anche che la mia vera forza risiedeva nella tecnologia e nella determinazione.
Avevo già avviato la registrazione in streaming sul cloud protetto della polizia postale, e sapevo che le volanti stavano arrivando a sirene spiegate, guidate dal segnale GPS che avevo lasciato attivo. «Se mi tocchi un solo dito, Marco, la polizia ti arresterà non solo per sequestro di persona, ma anche per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata» dissi con voce ferma, sebbene le mie gambe tremassero visibilmente. «Ivana non ti coprirà più.
Nella cassaforte abbiamo trovato tutto: i conti, i nomi, le firme false. Siete spacciati.» Marco si bloccò a un metro da noi. Sul suo volto passò un lampo di puro terrore. Sapeva che se la polizia avesse perquisito i suoi conti personali, sarebbe stato il primo a pagare per tutti, mentre Ivano sarebbe rimasto comodamente al riparo dietro i suoi avvocati.
Un rumore di sirene lontane, sempre più vicine, lacerò il silenzio della notte industriale. Le luci blu delle volanti iniziarono a illuminare il cielo nebbioso, riflettendosi sui vetri dei capannoni circostanti. «Maledetti...» sputò Marco per terra, girandosi di scatto, balzando a bordo del furgone bianco e ingranando la retromarcia a tutta velocità, sfrecciando via nel buio prima che le forze dell'ordine potessero sbarrargli la strada.
Crollai in ginocchio sull'asfalto freddo, stringendo forte mio fratello tra le braccia mentre le lacrime di sollievo e tensione rigavano finalmente il mio viso. Le volanti dei carabinieri arrivarono pochi secondi dopo, bloccando l'area e soccorrendoci immediatamente. Quella notte segnò la fine della clandestinità e della paura fisica, ma la battaglia legale nei tribunali di Modena stava per entrare nella sua fase più infuocata e decisiva.






