Il Segreto della Schiscetta
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Il Segreto della Schiscetta

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Parte 2: L'ombra del testamento falsificato

...alla sua società di comodo, una scatola vuota registrata a nome di un prestanome a Bologna. Il documento mostrava una firma che, a un esame superficiale, poteva sembrare quella di mio padre, ma che a un'analisi calligrafica più attenta presentava una pendenza e una pressione della penna del tutto differenti. Ero seduta nello studio polveroso dell'avvocato Moretti, un uomo dai capelli bianchi e dallo sguardo severo ma profondamente umano, mentre la luce del pomeriggio filtrava attraverso le persiane socchiuse, disegnando strisce luminose sul parquet antico. «Vedi, Elena» mi disse l'avvocato, appoggiando gli occhiali sul tavolo con un gesto stanco ma risoluto. «Questa non è solo una transazione immobiliare sospetta.

Questo è il fulcro di un piano premeditato. Tuo padre non avrebbe mai venduto la casa in cui sei cresciuta, la casa in cui sono custoditi i ricordi della vostra infanzia. E soprattutto, non lo avrebbe fatto nel mese in cui era ricoverato in clinica, impossibilitato a firmare qualsiasi documento ufficiale.» Sentii un brivido freddo percorrermi la schiena.

Ricordavo perfettamente quel periodo: l'ansia costante, le visite limitate da parte di Ivano che ci impediva di vedere nostro padre con la scusa di proteggerci dallo stress, e poi la notizia improvvisa della sua morte, arrivata come un fulmine a ciel sereno. Guardai mio fratellino, che stava disegnando in un angolo della stanza con dei pastelli colorati che l'avvocato gli aveva procurato.

Era così piccolo, eppure aveva già capito troppo del mondo degli adulti. «Cosa dobbiamo fare adesso, avvocato?» chiesi con un filo di voce, stringendo tra le mani la tracolla del mio zaino, come se potesse ancora offrirmi una protezione invisibile. «Dobbiamo dimostrare che Ivano era in possesso di chiavi digitali non autorizzate e che ha manipolato i registri notarili» rispose Moretti, aprendo un altro fascicolo. «Ma per farlo, abbiamo bisogno del file audio originale che hai menzionato nella tua deposizione iniziale.

Quello in cui Ivano discuteva con il suo notaio complice.» Il mio cuore perse un battito. Quella registrazione era proprio all'interno del telefono che Ivano aveva trovato e gettato accanto al lavandino. Per un attimo il terrore mi bloccò il respiro. E se lo avesse distrutto? E se l'avesse fatto a pezzi per cancellare ogni prova? «Non si preoccupi» dissi, cercando di ricompormi. «Il telefono è nelle mani della polizia postale, ma prima di consegnarlo avevo impostato un backup automatico sul server cifrato della scuola.

I tecnici dovrebbero aver già recuperato tutto.» L'avvocato mi rivolse un sorriso incoraggiante, un cenno del capo che mi restituì un briciolo di speranza. Ma mentre uscivamo dallo studio per fare ritorno nella comunità protetta dove ora alloggiavamo, una figura scura ci sbarrò la strada all'angolo della via. Era Ivano. Indossava un cappotto scuro, il viso contratto in un'espressione di pura furia repressa. Non poteva avvicinarsi per via dell'ordinanza restrittiva, ma i suoi occhi fissarono i miei con una promessa silenziosa di vendetta che mi gelò il sangue nelle vene.