Il Segreto della Schiscetta
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Il Segreto della Schiscetta

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Parte 3: Il tranello nella nebbia di Modena

La nebbia autunnale avvolgeva Modena come un sudario bianco e freddo, riducendo la visibilità a pochi metri e ovattando ogni rumore della strada. Erano trascorsi quasi due mesi da quel giorno in cucina, e la nostra vita nella struttura protetta scorreva tra colloqui con gli assistenti sociali e le lezioni scolastiche seguite via telematica. Tuttavia, la sensazione di essere costantemente osservati non mi aveva mai abbandonata.

Quella sera, la direttrice della struttura mi aveva chiesto di scendere nel piccolo archivio al piano terra per recuperare alcuni moduli firmati necessari per l'iscrizione di mio fratello a scuola. L'edificio era un vecchio convento ristrutturato, con corridoi lunghi e scarsamente illuminati che di notte assumevano un aspetto quasi spettrale. Mentre camminavo lungo il corridoio, il fascio di luce della mia torcia del cellulare illuminava le pareti scrostate.

Giunta davanti alla porta dell'archivio, notai che era socchiusa. Spinsi leggermente il battito di legno, che emise un cigolio sinistro. All'interno, la stanza era buia, ma una sagoma scura si muoveva tra gli scaffali metallici. «Chi è?» chiesi, arretrando di un passo con il cuore che batteva all'impazzata. La figura si voltò lentamente. Non era un intruso qualunque; riconobbi subito la corporatura massiccia e l'inconfondibile profumo di dopobarba amaro.

Era Marco, il vecchio braccio destro di Ivano, un uomo che gestiva i magazzini dell'azienda di famiglia e che aveva sempre guardato me e mio padre con un disprezzo mal celato. «Piccola traditrice» sibilò Marco, avanzando nell'ombra con passo lento e minaccioso. «Pensi di passarla liscia? Pensi che denunciare Ivano cancelli i debiti che la tua famiglia ha contratto con noi?

Se non ritiri la denuncia, le cose per te e per quel moccioso si metteranno molto male.» La paura cercò di paralizzarmi, ma la rabbia accumulata in un intero anno di soprusi prese il sopravvento. Non ero più la ragazzina spaventata che si nascondeva sotto le coperte. Tirai fuori rapidamente il telefono di riserva che gli assistenti sociali mi avevano fornito per le emergenze e premetti il pulsante di registrazione rapida, tenendolo ben saldo nella tasca della felpa. «Voi non avete alcun diritto su di noi!» urlai con tutta la voce che avevo in corpo, facendo eco lungo il corridoio vuoto. «Tutto quello che avete fatto è registrato, e la polizia sa esattamente dove mi trovo!» Marco si bloccò, colto di sorpresa dalla mia reazione inaspettata.

Prima che potesse fare un passo falso o allungare le mani, le luci d'emergenza del corridoio si accesero improvvisamente, accompagnate dal suono inconfondibile di passi pesanti e sirene lontane che si avvicinavano rapidamente alla struttura. Qualcuno aveva chiamato i carabinieri. Marco mi lanciò un'occhiataccia carica d'odio, si voltò di scatto e si dileguò attraverso la porta di sicurezza sul retro, scomparendo nella fitta nebbia modenese. Ma nel fuggire, qualcosa cadde dalla sua tasca ed emise un tonfo sordo sul pavimento di linoleum: una chiave elettronica magnetica con il logo della cassaforte dello studio notarile di Ivano.