Il Segreto della Schiscetta
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Il Segreto della Schiscetta

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Parte 5: Il rapimento sventato e la fuga disperata

Il sangue mi si gelò nelle vene. Balzai giù dal letto con il cuore in gola, accendendo laabat-jour del comodino e correndo a passo di carica verso la stanza di mio fratello. La porta era socchiusa. All'interno, la stanza era immersa nella penombra, rischiarata solo dai deboli riflessi dei lampioni della strada che filtravano attraverso le tende. Il letto di mio fratello era vuoto.

Le coperte erano disfatte, e la finestra che dava sul giardino posteriore della struttura era spalancata, lasciando entrare una raffica di vento gelido e umido. «Luca!» urlai disperata, correndo verso il balcone e sporgendomi nel vuoto della notte. Nessuna risposta, se non il fruscio delle foglie secche mosse dal vento. Il panico mi assalì con una violenza inaudita.

Avevo protetto quel telefono per un anno intero, avevo lottato contro Ivano, avevo affrontato i suoi scagnozzi, e ora, proprio ora che eravamo a un passo dalla vittoria legale, me lo avevano portato via. Scesi le scale a perdifiato, urlantò il nome della direttrice e svegliando l'intero edificio. Nel giro di pochi minuti, le luci della comunità si accesero a giorno e le forze dell'ordine furono allertate.

Ma io non potei aspettare che la burocrazia facessi il suo corso. Ricordai che sul mio telefono di riserva avevo installato un'applicazione di localizzazione attiva che avevo sincronizzato segretamente anche con lo smartwatch giocattolo di mio fratello, un regalo che nostro padre gli aveva fatto prima di scomparire e che lui non toglieva mai. Presi lo smartphone, aprii la mappa e vidi un puntino rosso lampeggiante che si muoveva rapidamente verso la periferia industriale di Modena, in direzione dei vecchi depositi ferroviari dismessi.

Senza esitare un solo istante, sgattaierò fuori dalla porta di sicurezza prima che qualcuno potessi fermarmi. Corsi nella nebbia fitta, guidata unicamente dal piccolo schermo luminoso che tracciava la rotta del terrore. Il freddo tagliente mi bruciava i polmoni, ogni respiro era una fitta dolorosa al torace, ma non potevo fermarmi. Dopo venti minuti di corsa disperata tra capannoni abbandonati e binari arrugginiti, intravidi una sagoma familiare ferma accanto a un furgone bianco dai finestrini oscurati.

Era Marco, che teneva per un braccio mio fratello, il quale piangeva disperato con la manina stretta attorno al suo pupazzo preferito. «Lascialo andare!» urlai emergendo dall'ombra dei container, con il telefono ben visibile in mano, pronta a trasmettere la diretta streaming geolocalizzata alla polizia. Marco si voltò di scatto, sorpreso dalla mia comparsa improvvisa, con il volto sfigurato dalla rabbia e dalla disperazione di chi sa di non avere più via d'uscita.