PARTE 10 – Il confronto con Stefano
Tre giorni dopo la riunione nella sede centrale, fui chiamata dal mio avvocato a Milano. Stefano aveva cercato di fuggire all'estero precipitosamente tramite l'aeroporto di Linate, ma era stato intercettato dalla polizia federale al controllo passaporti. La società immobiliare di suo suocero era stata completamente paralizzata da un'incursione della Guardia di Finanza e dell'intelligence finanziaria. Il potere che pensava di avere era svanito nel giro di poche ore come neve al sole.
Quel pomeriggio mi trovavo nella stazione di polizia di Milano, insieme a Luca che mi aspettava nel corridoio per sostenermi.
Quando Stefano fu fatto entrare da un agente, apparve sconfitto. Il suo abito costoso era spiegazzato, i capelli arruffati e lo sguardo arrogante e freddo che aveva sempre avuto era stato completamente sostituito da un misto di panico e odio puro quando mi vide in piedi vicino al bancone.
"Elena!" sibilò, facendo un tentativo di precipitarsi verso di me, ma fu immediatamente bloccato dalle manette e dagli agenti intorno a lui. "Sei felice di questo? Mi hai incastrato apposta con quel pilota? Stai distruggendo tutto!"
Rimasi immobile. Guardai l'uomo con cui avevo condiviso la mia vita per anni, l'uomo che pensavo di conoscere in tutto e per tutto. Ma quello che vidi non era più un nemico potente; era un uomo patetico e spaventato, diventato vittima della sua stessa smodata avidità e arroganza.
"No, Stefano," dissi con una voce che suonava spaventosamente calma e limpida. "Ti sei distrutto da solo. Io volevo solo la mia pace e la sicurezza di nostra figlia. Tu sei stato quello che ha deciso di fare la guerra."
Iniziò a urlare e a sbracciarsi, ma gli agenti lo trascinarono via con decisione verso la sala interrogatori. La pesante porta d'acciaio si chiuse con un tonfo sordo.
Il capitolo Stefano era chiuso per sempre.
Quando uscii all'aria aperta di Milano, vidi Luca seduto su una panchina di pietra nella piazzetta di fronte alla stazione di polizia. Alzò lo sguardo, si alzò subito in piedi e mi venne incontro. Non c'era più tensione nella sua postura; solo una pace profonda e meritata.
"È finita?" chiese dolcemente, spostandomi una ciocca di capelli dal viso.
"È finita," sospirai profondamente, chiudendo gli occhi e sentendo il calore del sole pomeridiano sul viso. "Sono libera. E anche Vittoria."
Luca sorrise. Mi prese la mano e intrecciò saldamente le sue dita con le mie. "Bene. E ora... è il momento di ricominciare da qualche parte. Senza ombre."
Ma proprio quando pensavamo di avere tutto il tempo del mondo per pensare al nostro futuro, il mio telefono squillò in borsa. Un numero sconosciuto.






