Le parole dell'avvocato Moretti mi colpirono come un pugno nello stomaco. Scomparsa? Mia sorella, la gemella che avevo appena scoperto di avere e che avevo intravisto nel soggiorno di casa nostra, era svanita nel nulla. Uscii dallo studio legale barcollando, mentre la nebbia fitta di Bologna sembrava stringersi intorno a me come una morsa soffocante. Non potevo permettere che la storia si ripetesse, che un altro membro della mia famiglia venisse inghiottito dal silenzio e dalle ombre di quel terribile segreto.
Tornai nel mio ufficio improvvisato nella vecchia casa colonica e analizzai ogni singolo appunto trovato nel blocchetto di mio padre. C'era un indirizzo specifico cerchiato più volte: un vecchio casale ristrutturato alla periferia nord della città, nei pressi di San Giovanni in Persiceto, registrato a nome di una società immobiliare fantasma riconducibile, secondo le ricerche dell'avvocato, a uno dei vecchi medici collusi con la clinica negli anni ottanta. Quello doveva essere il quartier generale di chi aveva orchestrato l'adozione illegale e di chi adesso stava cercando di coprire le tracce della ricomparsa di Alice.
La sera stessa, incurante del pericolo e guidata da una rabbia cieca mista a disperazione, guidai fino a quella destinazione isolata. Il casale si ergeva cupo e silenzioso in mezzo a campi coltivati a granturco, con le finestre sbarbate da pesanti inferriate e una sola luce fioca che trapelava dal piano terra. Parcheggiai l'auto a debita distanza, spegnendo i fari e il motore, e mi incamminai a piedi attraverso il terreno fangoso, sfruttando il riparo offerto da una siepe incolta.
Arrivata nei pressi della struttura, mi accudii contro il muro perimetrale di pietra fredda. Riuscii a sbirciare attraverso una fessura nelle persiane socchiuse di una finestra laterale. All'interno, in un ampio salone spoglio illuminato da una sola lampada a Sospensione, c'era qualcuno. Un uomo distinto, dai capelli grigi e dall'espressione fredda, stava parlando ad alta voce con un individuo tarchiato in piedi di fronte a lui. E legata a una sedia nel mezzo della stanza, con un bavaglio improvvisato e i polsi stretti da una corda, c'era lei: Alice.
I nostri sguardi, separati da un vetro sporco e da anni di menzogne, si incrociarono per un breve istante. I suoi occhi scuri erano sbarrati dal terrore, ma brillavano di quella stessa caparbietà che aveva caratterizzato nostro padre. Stavano cercando di costringerla a firmare documenti falsi, a rinunciare a qualsiasi pretesa legale e a sparire di nuovo per sempre, minacciandola di conseguenze devastanti se avesse continuato a scavare nel passato.
Il mio cuore batteva all'impazzata. Non avevo un'arma, non avevo un piano di salvataggio elaborato, ma sapevo che non potevo restare lì a guardare. Raccolsi un grosso ramo di legno da terra e mi diressi decisa verso la porta principale del casale, pronta a scatenare l'inferno pur di riprendermi mia sorella.






