Il suono dei passi sul pavimento invecchiato del corridoio al piano inferiore risuonò come una campana a morto nella quiete opprimente della casa di famiglia. I battiti del mio cuore martellavano così forte nelle orecchie che temevo potessero coprire ogni altro rumore. Rimasi immobile nello studio polveroso di mio padre, con la vecchia fotografia di Alice che tremava tra le mie dita sudate e il quaderno di pelle aperto sul tavolo. Possibile che fosse mia madre? No, l'avevo lasciata poco prima profondamente addormentata nella sua poltrona, esausta per il dolore e per i giorni interminabili trascorsi tra veglie funebri e condoglianze formali. Allora chi altro poteva trovarsi in quella casa isolata tra le colline bolognesi, lontana da tutto e da tutti?
Mi mossi con la massima cautela, cercando di non far scricchiolare le vecchie tavole del pavimento. Con il respiro corto e la mente in tumulto, sgusciai fuori dallo studio buio, sporgendomi oltre la ringhiera in ferro battuto che dava sul soggiorno sottostante. La luce del pomeriggio filtrava stanca attraverso le pesanti tende logore, disegnando lame dorate sulla polvere che fluttuava nell'aria. Ed eccola lì, vicina alla grande finestra del soggiorno, immobile come una statua di sale: la sedia vuota. Ma non era più vuota.
Una figura esile, avvolta in un cappotto scuro e consunto, era seduta esattamente in quel posto proibito, con lo sguardo fisso verso il lungo viale sterrato che conduceva alla proprietà. La sagoma era minuta, i capelli scuri raccolti in una treccia stretta che ricordava in modo impressionante quella della bambina nella fotografia. Un brivido gelido mi percorse la schiena dalla nuca fino ai talloni. Volevo urlare, pronunciare un nome, chiedere chi fosse e come fosse entrata in una casa rimasta blindata per anni, ma la mia voce rimase intrappolata in gola, soffocata dalla paura viscerale che mi paralizzava ogni muscolo.
All'improvviso, la figura si voltò lentamente verso le scale. Il viso era parzialmente in ombra, ma i lineamenti delicati, quegli stessi occhi grandi e profondi che mi fissavano dallo specchio ogni singola mattina, mi tolsero quel poco di fiato che mi era rimasto. Era lei. O meglio, era una donna adulta che portava i tratti inconfondibili di quel volto che avrei dovuto conoscere fin dalla culla. Le labbra si schiusero in un sorriso malinconico, un cenno silenzioso che sembrava voler colmare decenni di distacco forzato e menzogne familiari. Prima che potessi fare un solo passo in avanti, la figura si alzò in piedi con un movimento leggero e svanì rapidamente verso la porta d'ingresso socchiusa, lasciando nell'aria un debole profumo di lavanda selvatica e terra bagnata.
Corsi giù per le scale inciampando negli orli dei miei pantaloni, spinsi la porta d'ingresso spalancandola con forza e mi precipitai fuori nel cortile. Il vento freddo delle colline mi sferzò il viso, mentre i miei occhi scrutavano disperatamente ogni angolo del viale sterrato, dei campi circostanti e della boscaglia che circondava la proprietà. Non c'era nessuno. Solo il silenzio irreale della campagna bolognese, interrotto soltanto dal fruscio delle foglie secche mosse dalla brezza autunnale. Il cancello in ferro era chiuso dall'interno, arrugginito e immobile da anni. Nessuno avrebbe potuto aprirlo o richiuderlo così velocemente senza fare rumore.
Rientrai in casa tremando violentemente, con la mente in preda al delirio. Avevo le allucinazioni? Lo stress accumulato per la morte di mio padre e la rivelazione choc del quaderno stavano giocando brutti scherzi alla mia stabilità mentale? Decisi che dovevo svegliare mia madre e metterla di fronte alla verità, costi quel che costi. Raggiunsi il salotto e la trovai ancora lì, immobile sulla poltrona, con il capo chino di lato. Mi avvicinai per scuoterla dolcemente, ma quando le toccai la spalla, il suo corpo rigido e freddo mi fece capire, con una chiarezza devastante, che la sua anima aveva già raggiunto quella di mio padre altrove. E sul tavolino davanti a lei, accanto a una tazza di tè ormai fredda, giaceva una seconda busta identica alla prima, sigillata con la stessa ceralacca rossa e l'iniziale "A", indirizzata a me con una grafia fresca e moderna.






