Il piano fu orchestrato nei minimi dettagli nel corso delle due notti successive, attorno al tavolo di legno della baita, alla luce fioca di una lampada a petrolio. Sapevamo di avere una sola possibilità di successo; un solo errore avrebbe significato la fine di tutto, l'arresto, la perdita di Alice e la condanna definitiva per Leonardo.
Lasciai Alice affidata alla cura temporanea della signora Carla, che era salita segretamente in montagna con la sua utilitaria per darci una mano, promettendo alla mia bambina che sarei tornata presto e che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Io e Marco Benetti scendemmo a Vicenza a bordo della sua auto anonima, mimetizzandoci tra il traffico caotico del venerdì pomeriggio.
La scuola elementare era avvolta dalla nebbia tipica del tardo autunno vicentino, un manto grigio e umido che attutiva i suoni e rendeva tutto spettrale. Era quasi l'orario della fine delle lezioni pomeridiane e delle attività extrascolastiche.
Secondo il piano di Marco, lui si sarebbe appostato con la sua telecamera nascosta vicino all'ingresso principale per documentare qualsiasi tentativo di ostruzione da parte della direzione o degli uomini di sicurezza di Moretti, mentre io mi sarei intrufolata dal retro, sfruttando la porta di servizio che avevo già collaudato la settimana precedente.
Il mio cuore batteva all'impazzata contro le costole mentre superavo il cancello posteriore semiaperto, approfittando di un momento di distrazione del bidello di turno. Mi infilai nel corridoio piastrellato, muovendomi con la massima cautela, calpestando il pavimento in punta di piedi per evitare qualsiasi cigolio.
L'odore di cera e carta bagnata mi accolse di nuovo. Raggiunsi l'aula deposito dove avevo visto Leonardo l'ultima volta. Corsi verso la porta con il fiato sospetto, la spinsi cautamente ed entrai.
Il cuore mi si fermò per un secondo: l'aula era vuota. La sedia di plastica verde era rovesciata a terra, e sulla cattedra non c'era traccia del panino. Un senso di panico gelido mi travolse lo stomaco. Avevano scoperto qualcosa? Lo avevano già trasferito altrove?
Mentre stavo per girare i tacchi e fuggire, udii un debole lamento provenire dallo stanzino adiacente, adibito a ripostiglio per le pulizie. Mi precipitai là, afferrai la maniglia arrugginita e tirai forte.
La porta si aprì con un cigolio sinistro. All'interno, seduto sul pavimento freddo tra secchi e scope, con le braccia attorno alle ginocchia e il viso nascosto tra i capelli arruffati, c'era Leonardo. Tremava violentemente, con gli occhi sbarrati dalla paura.
— Leonardo! Oh, cielo, sei qui! — esclamai inginocchiandomi immediatamente accanto a lui, prendendolo tra le braccia.
Il bambino alzò il viso, bagnato di lacrime, e mi abbracciò con una forza disperata che quasi mi tolse il respiro.
— Signora Elena... mi hanno chiuso qui dentro. La maestra Bianchi ha detto che oggi non dovevo parlare con nessuno perché sarebbe venuto il nonno a prendermi in anticipo... ho paura, voglio la mamma!
Le lacrime mi rigarono le guance. Non c'era un solo secondo da perdere. Presi Leonardo per mano, lo tirai in piedi e lo aiutai a rimettersi il cappotto.
— Ascoltami, Leonardo. Ascoltami bene: adesso vieni con me. Non devi avere paura di nulla, perché nessuno ti farà più del male. Ti porto a casa, dalla tua vera casa.
Uscimmo dallo stanzino, percorremmo furtivamente il corridoio deserto e raggiungemmo la porta di sicurezza che dava sul retro. Spinsi la maniglia antipanico: la porta si aprì di scatto, inondandoci di luce grigia e nebbiosa. Ma non appena mettemmo piede fuori, una sagoma scura bloccò la nostra via di fuga, sbarrandoci la strada con un movimento secco e minaccioso.






